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La leva finanziaria nel trading Forex: come usarla senza rischiare di bruciare il conto

La leva finanziaria è uno strumento che consente ai trader di amplificare la loro esposizione al mercato con un capitale iniziale ridotto. Ad esempio, con una leva di 1:30, un deposito di 1.000 dollari permette di muovere un capitale fino a 30.000 dollari.

Tuttavia, questo strumento può essere un’arma a doppio taglio: se da un lato aumenta i potenziali profitti, dall’altro amplifica anche eventuali perdite. In altre parole, la leva non è pericolosa a priori, ma lo è un uso improprio che porta una sovraesposizione al mercato da parte dell’investitore.

Cos’è la leva finanziaria e come funziona?

La leva finanziaria permette di utilizzare soltanto una frazione rispetto al capitale mosso nel trading. Di fatto, come se si prendessero in prestito fondi dal broker per aprire posizioni più grandi rispetto al capitale posseduto. Ad esempio, con una leva 1:100, per ogni dollaro investito puoi operare su 100 dollari di valore di mercato.

Questo significa che un movimento favorevole del 1% può tradursi in un guadagno del 100% sul tuo capitale investito. Allo stesso modo, una perdita del 1% potrebbe azzerare l’intero investimento. Si capisce quindi che chi usa la leva deve essere un trader ed investitore esperto, consapevole dei rischi derivanti dalla leva nel trading.


Leva finanziaria per principianti: qual è la scelta migliore?

Molti principianti che sognano guadagni rapidi e cospicui sono attratti da leve finanziarie elevate, sperando di ottenere profitti rapidi con piccoli capitali. Questo è uno degli errori più comuni nel trading. Una leva troppo alta può portare a perdite significative, soprattutto se non si ha esperienza nella gestione del rischio.

Perché evitare leve elevate

Le motivazioni per un principiante ad evitare la leva sono evidenti.

  1. Perdite maggiori: Una leva alta può portare a zero rapidamente il tuo conto anche con movimenti di mercato relativamente contenuti.
  2. Over trading: Con una leva elevata, i trader tendono a prendere troppe posizioni contemporaneamente, aumentando il rischio complessivo.
  3. Mancanza di esperienza: Prima di utilizzare una leva alta, è essenziale comprendere i mercati e avere una strategia ben definita.

Consiglio per i principianti

Quindi un buon consiglio è quello di iniziare con una leva bassa, come 1:3, 1:5 o al più 1:10, per acquisire esperienza e imparare a gestire il rischio. Una leva di 1:30 può essere considerata adeguata se usata da trader con una certa di esperienza. Infatti le regole dell’Esma stabiliscono nel rapporto massimo di 1:30 la leva permessa in Europa (salvo l’eccezione degli investitori professionali).

E’ tanto o poco? Forse si può dire che è poco per i trader esperti che preferirebbero una leva finanziaria di almeno 1:50 o per chi era abituato a lavorare con leva 1:100 o 1:400, ma è ancora decisamente alta per i principianti e non solo.

Poi c’è da considerare che i trader (sia trader esperti che trader meno esperti) hanno bisogno di volatilità per fare operazioni, cioè i prezzi si devono muovere. Con la leva la volatilità ed i movimenti di prezzo si muovono abbastanza per aprire e chiudere delle operazioni in profitto anche con leva 1:10 o 1:30. Il tutto ovviamente a patto di investire nella direzione scelta dal mercato.

Vantaggi e svantaggi della leva finanziaria nel Forex

Vediamo i principali pro e contro, ossia vantaggi e svantaggi, della leva finanziaria nel trading su forex e CFD.

Vantaggi

  • Amplificazione dei profitti: Una leva finanziaria ragionevole può permettere di ottenere rendimenti elevati anche con piccoli capitali.
  • Efficienza del capitale: Consente di diversificare il portafoglio e di accedere a mercati con capitale ridotto.
  • Flessibilità operativa: I trading broker sul forex offrono soluzioni più convenienti rispetto a prestiti tradizionali ed il costo per la leva è minimo. Anzi, in alcuni casi lo swap overnight potrebbe essere a favore, ossia a credito (pensiamo a una posizione lunga di dollaro USA contro Yen).

Svantaggi

  • Aumento delle perdite: Le perdite sono incrementate così come lo sono i ai guadagni, quindi un errore può risultare devastante. La leva può amplificare eventuali perdite, bruciando il conto.
  • Rischio di margine: Se il mercato si muove contro di te, potresti subire una chiamata di margine o perdere tutto il capitale depositato.

Quale leva scegliere?

Il rapporto di leva varia in base all’esperienza e agli obiettivi del trader. In particolare per iniziare a far trading conti demo, con denaro virtuale, e leva bassa sono condigliati.

  • Trading senza leva o con leva massimo 1:2 o 1:5: ideale per chi inizia
  • 1:10: Permette una maggiore esposizione al mercato, indicata per chi ha già maggiore competenza sui mercati.
  • leva 1:30: E’ la leva massima permessa dal regolatore europeo, consente maggiore esposizione ai mercati. Un movimento dell’1% determinerà un profitto o una perdita del 30%.
  • leva 1:100 – 1:400: Adatta soltanto a trader esperti che padroneggiano strategie avanzate e hanno un’eccellente gestione del rischio. E’ utilizzata quasi soltanto per strategie di breve termine.

Leva trading: le strategie più efficaci per trader principianti

Certamente la leva finanziaria è uno strumento potente che permette ai trader di amplificare i propri guadagni, ma può anche aumentare considerevolmente il rischio. Per i trader principianti, è fondamentale utilizzare la leva finanziaria con cautela e adottare strategie che minimizzino le perdite.

Ecco alcune delle strategie più efficaci per utilizzare la leva finanziaria nel trading:

  1. Scalping
    Lo scalping è una strategia di trading a breve termine che consiste nell’aprire e chiudere posizioni in tempi rapidissimi, sfruttando le minime fluttuazioni del prezzo. Questa strategia è particolarmente adatta all’utilizzo della leva, in quanto permette di ottenere profitti consistenti anche con piccoli movimenti del mercato. 

Tuttavia, lo scalping è un’attività frenetica e stressante che richiede una grande concentrazione e una profonda conoscenza del mercato. Eventuali movimenti contrari potrebbero altresì determinare perdite ingenti anche facendo scalping.

Consigli per utilizzare la leva con lo scalping

forex market

Utilizza una leva bassa: iniziare con una leva di 1:5 o 1:10 è un buon modo per prendere confidenza con la strategia e limitare i rischi.
Imposta stop loss rigorosi: per proteggerti da perdite ingenti, è fondamentale impostare stop loss a una distanza ravvicinata dal prezzo di entrata.
Gestisci correttamente la tua emotività nel trading: lo scalping può essere molto stressante, quindi è importante mantenere la calma e non prendere decisioni impulsive.

  1. Swing trading:
    Lo swing trading è una strategia di trading a medio termine che consiste nell’aprire e chiudere posizioni nell’arco di giorni o settimane. Questa strategia è meno frenetica dello scalping e si adatta meglio a trader con un’attitudine più paziente.

Bisogna fare attenzione perché la leva finanziaria può essere utilizzata per amplificare i profitti nello swing trading, ma è importante utilizzarla con cautela e solo su mercati con una volatilità moderata.

Consigli per utilizzare la leva finanziaria con lo swing trading

Effettua un’analisi approfondita del mercato: prima di aprire una posizione, è fondamentale analizzare il trend del mercato e identificare i livelli di supporto e resistenza.
Utilizza indicatori tecnici: gli indicatori tecnici possono aiutarti a identificare i migliori punti di entrata e uscita per le tue posizioni.
Diversifica il tuo portafoglio: non investire tutto il tuo capitale in un’unica posizione, ma diversifica il tuo portafoglio su diversi mercati e asset.

Altri consigli per i trader principianti nel forex

EURO DOLLARO
Trading
  • Apri un conto demo: prima di iniziare a fare trading con denaro reale, è consigliabile aprire un conto demo per testare le tue strategie e acquisire confidenza con la piattaforma di trading.
  • Segui un corso di trading: un corso di trading online può aiutarti a imparare le basi del trading e a sviluppare le tue abilità.
  • Unisciti a una comunità di trader: confrontarti con altri trader può aiutarti a imparare dagli errori altrui e a migliorare le tue strategie.

Quale time frame, usare nel trading con leva sul Forex?

Non esiste un time frame universale perfetto nel Forex trading; la scelta migliore dipende da diversi fattori come la tua strategia di trading, la tua personalità e i tuoi obiettivi. Ecco alcune considerazioni per aiutarti a scegliere:

Tipi di time frame nel Forex

Quali tempistiche ossia time frame di grafici utilizzare per fare trading su forex e CFD?

Breve termine (Scalping e Day trading): 1 minuto, 5 minuti, 15 minuti e 1 ora. Questi time frame mostrano movimenti di prezzo rapidi e sono adatti a chi vuole entrare e uscire da posizioni rapidamente. Tuttavia, richiedono un’attenzione costante al mercato e possono essere stressanti per alcuni trader.
Medio termine (Swing trading): 4 ore e giornaliero. Offrono una visione più ampia del mercato rispetto ai time frame brevi, ma richiedono comunque un monitoraggio regolare. Possono essere adatti a chi cerca un equilibrio tra potenziali profitti e impegno di tempo.
Lungo termine (di posizione): Settimanale e mensile. Mostrano i trend a lungo termine del mercato e sono adatti a chi ha una tolleranza al rischio più alta e può accettare di tenere aperte le posizioni per lunghi periodi.

Fattori da considerare nella scelta del time frame nel forex

La tua tolleranza al rischio: I time frame più brevi comportano generalmente un rischio maggiore rispetto a quelli più lunghi.
Il tuo stile di vita: Se hai poco tempo a disposizione, potresti non essere adatto ai time frame brevi che richiedono un monitoraggio costante. La tua personalità: Se sei una persona impaziente, potresti trovarti a disagio con i time frame più lunghi.

Suggerimenti aggiuntivi

Puoi sperimentare con diversi time frame per vedere quale si adatta meglio a te. Alcuni trader utilizzano anche più time frame contemporaneamente. Ad esempio, potresti analizzare il trend a lungo termine su un grafico settimanale e individuare opportunità di ingresso su un grafico giornaliero.
È importante avere una buona gestione del rischio, indipendentemente dal time frame che scegli. Ricorda che il Forex trading è un’attività ad alto rischio e dovresti sempre fare le tue ricerche prima di iniziare a fare trading. 

Conclusioni

La leva finanziaria è uno strumento essenziale e molto utile nel Forex trading, ma richiede una gestione prudente. Serve per poter fare operazioni anche con bassa volatilità. Per i principianti però è fondamentale e consigliato iniziare con leve basse, sviluppare una strategia efficace e apprendere le basi della gestione del rischio. Ricorda: il successo nel trading non dipende dalla leva alta, ma dalla disciplina e dall’abilità nel prendere decisioni consapevoli.

Approfondisci leggendo altri articoli sul Forex:

Disclaimer: il trading può comportare rischi significativi per il capitale, con perdite che potrebbero in alcuni casi eccedere il capitale iniziale. È pertanto fondamentale assicurarsi di aver compreso tali rischi.

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Come leggere un KID senza perdere dettagli cruciali https://www.investire-certificati.it/come-leggere-un-kid-senza-perdere-dettagli-cruciali/ Sun, 13 Sep 2026 16:24:35 +0000 https://www.investire-certificati.it/?p=45288 Cosa è il KID e come leggerlo? Quando si valuta un certificato d’investimento – e più in generale un prodotto finanziario – il primo documento da leggere con attenzione non dovrebbe essere la brochure commerciale, ma il KID. È lì che si trovano le informazioni essenziali su rischi, scenari di rendimento, costi e meccanismo del […]

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Cosa è il KID e come leggerlo? Quando si valuta un certificato d’investimento – e più in generale un prodotto finanziario – il primo documento da leggere con attenzione non dovrebbe essere la brochure commerciale, ma il KID. È lì che si trovano le informazioni essenziali su rischi, scenari di rendimento, costi e meccanismo del prodotto.

Il problema è che il KID, pur essendo pensato per aiutare l’investitore, spesso viene letto in modo frettoloso oppure solo in parte. Si guarda la cedola, magari il nome del prodotto, e si salta direttamente alla promessa di rendimento. Ma un certificato non si capisce davvero così: bisogna leggere le sezioni giuste, nel modo giusto. Il linguaggio del KID è spesso tecnico, ma è fondamentale consultarlo.

In questa guida vediamo come leggere un KID senza perdersi i dettagli cruciali, distinguendo tra le parti che contano davvero e quelle che, se interpretate male, possono creare confusione.

Cos’è il KID e perché è importante

Il KID, acronimo di Key Information Document, è il documento informativo previsto dal Regolamento (UE) n. 1286/2014, noto anche come regolamento PRIIPs, per i prodotti d’investimento al dettaglio e assicurativi preassemblati. L’obiettivo della normativa è quello di fornire all’investitore retail un’informativa standardizzata, sintetica e confrontabile, capace di spiegare in modo chiaro le principali caratteristiche del prodotto, i rischi, i costi e i possibili scenari di rendimento.

Nel caso dei certificati d’investimento, il KID è uno strumento essenziale perché permette di comprendere, con un linguaggio uniforme, come funziona il prodotto e quali conseguenze può avere per l’investitore in condizioni di mercato favorevoli, sfavorevoli o estreme. Non si tratta quindi di un documento promozionale, ma di una scheda regolamentare pensata per aiutare chi investe a valutare se il prodotto sia coerente con i propri obiettivi, la propria capacità di sopportare perdite e il proprio orizzonte temporale.

Proprio per questo il KID non va letto come una semplice formalità, ma come il punto di partenza per capire davvero la struttura del certificato. In un mercato in cui prodotti simili possono avere meccanismi molto diversi, il KID è spesso il documento che consente di distinguere un rendimento solo potenziale da un profilo di rischio concreto.

Le informazioni da cercare subito

Spesso il primo orientamento arriva già dal nome del certificato, che può suggerire alcune indicazioni utili sulla sua struttura. Tuttavia, per capire davvero come funziona il prodotto, non basta fermarsi alla denominazione: il nome offre un indizio, ma è il KID che permette di verificare se quell’indizio corrisponde davvero al meccanismo del certificato.

Per questo, quando si apre un KID per la prima volta, non bisogna leggerlo tutto con la stessa attenzione. Alcuni elementi sono più importanti di altri perché permettono di capire rapidamente la natura del prodotto e il suo profilo di rischio. Per orientarsi meglio, può essere utile distinguere tra informazioni essenziali e informazioni pratiche.

Informazioni essenziali

Sono quelle che servono a capire davvero come funziona il certificato:

  • chi è l’emittente
  • quali sono il sottostante o i sottostanti
  • che tipo di certificato è (la struttura)
  • se è previsto l’autocall
  • come funziona la cedola
  • quali sono le barriere e le soglie rilevanti
  • cosa succede a scadenza
  • se il capitale è protetto, condizionatamente protetto o esposto al rischio di perdita
  • quale rischio sintetico viene attribuito

Informazioni pratiche nel KID

Sono quelle che aiutano a valutare l’accessibilità del prodotto e la sua gestione operativa:

  • qual è il taglio minimo investibile
  • quali sono i costi
  • come avviene la negoziazione del certificato
  • quanto è facile rivenderlo prima della scadenza
  • su quale mercato è eventualmente quotato
  • se la vendita anticipata può avvenire a condizioni penalizzanti

Questi elementi sono il “cuore” del documento. Se non sono chiari, il prodotto non è ancora stato capito davvero.

Le sezioni del KID che fanno davvero la differenza

L’obiettivo del prodotto

La prima sezione da osservare è quella che descrive l’obiettivo del certificato. Qui si capisce, in modo generale, quale funzione il prodotto vuole svolgere: generazione di reddito, esposizione a un sottostante, protezione condizionata del capitale, partecipazione a un trend, e così via.

Nei certificati più comuni si possono incontrare strutture molto diverse. Alcuni puntano a offrire pagamenti periodici, anche grazie a una cedola incondizionata o a una cedola condizionata con effetto memoria. Altri privilegiano il richiamo anticipato automatico, mentre altri ancora concentrano tutto il rischio finale sulla tenuta di uno o più sottostanti a scadenza.

Questa parte è importante perché aiuta a collocare subito il certificato nel suo contesto. Un prodotto pensato per distribuire premi periodici ha una logica diversa rispetto a un certificato che punta a una crescita più dinamica o a un rimborso anticipato.

L’indicatore di rischio

Uno degli elementi più osservati del KID è l’indicatore sintetico di rischio. Si tratta di una scala che mostra, in modo semplificato, il livello di rischio del prodotto.

È utile, ma non va preso da solo come giudizio definitivo. In alcuni casi il rischio sintetico si colloca su livelli elevati, come 6 su 7, segnalando una struttura che può esporre l’investitore a perdite importanti in caso di andamento sfavorevole dei sottostanti. In altri casi il prodotto viene classificato su livelli più intermedi, come 4 su 7, ma questo non significa che il certificato sia “tranquillo”: vuol dire solo che, secondo la metrica sintetica, il rischio complessivo appare meno estremo.

Il punto è capire da cosa deriva quel rischio: dal sottostante, dal numero di sottostanti, dall’effetto worst-of, dal livello di barriera, dal prezzo di acquisto, dall’emittente o da una combinazione di questi elementi.

Gli scenari di performance

Questa è una delle sezioni più importanti del KID. Gli scenari mostrano cosa potrebbe accadere al prodotto in diverse condizioni di mercato: scenario favorevole, moderato, sfavorevole e, spesso, scenario di stress.

azioni

Qui l’errore più comune è leggere gli scenari come se fossero previsioni. In realtà non dicono “cosa accadrà”, ma “cosa potrebbe accadere” in ipotesi differenti. Sono quindi un esercizio di lettura del rischio-rendimento, non una promessa.

In alcuni KID si vede chiaramente che uno scenario favorevole può corrispondere a un rimborso superiore al capitale investito, mentre nello scenario sfavorevole o di stress il capitale può ridursi sensibilmente, anche fino a livelli molto bassi. In altri casi, soprattutto nei certificati con autocall, lo scenario può apparire positivo perché ipotizza un richiamo anticipato, ma questo non va confuso con la certezza di ottenere quel risultato. Al tempo stesso sono presentati anche scenari decisamente negativi.

Gli scenari servono soprattutto a rispondere a una domanda: quanto può guadagnare o perdere l’investitore se il mercato va bene, male oppure molto male? D’altronde con gli investimenti finanziari è possibile guadagnare ma anche perdere denaro.

Lo stress scenario

Molti investitori guardano solo lo scenario moderato o quello favorevole. In realtà, lo stress scenario è spesso quello più utile per capire la fragilità del prodotto.

Questa parte mostra cosa potrebbe accadere in condizioni particolarmente avverse. Non significa che lo scenario sia probabile, ma serve a ricordare che il mercato può muoversi anche in modo molto sfavorevole e che un certificato può reagire peggio di quanto si immagini leggendo soltanto la cedola.

In alcuni prodotti, lo stress scenario evidenzia perdite molto marcate già nel caso di mantenimento fino alla scadenza o di uscita anticipata. Questo è un segnale importante: anche strutture che sembrano semplici possono nascondere una forte esposizione al ribasso.

I costi

Il capitolo dei costi è spesso sottovalutato, ma è fondamentale. Un certificato può sembrare interessante a prima vista, ma i costi possono incidere sul rendimento effettivo in modo significativo.

Nel KID i costi vengono mostrati in forma sintetica, proprio per aiutare il confronto tra prodotti diversi. In alcuni casi il costo complessivo appare contenuto in rapporto al prezzo nominale, ma il vero punto non è solo vedere “quanto costa”: bisogna capire se il costo è coerente con la struttura, il livello di protezione e il potenziale rendimento del prodotto.

Il meccanismo di rimborso

Nei certificati, capire il meccanismo di rimborso è essenziale. È qui che si vede come e quando il prodotto può essere rimborsato, quali condizioni possono far scattare un rimborso anticipato, cosa succede se il sottostante scende sotto determinate soglie e come viene trattato il capitale a scadenza.

Questa sezione spesso contiene la chiave per interpretare davvero il certificato. Due prodotti possono avere una cedola simile, ma meccanismi di rimborso completamente diversi. Ed è proprio lì che si nascondono differenze importanti di rischio.

Per esempio, in alcuni casi il rimborso anticipato scatta se il sottostante o il worst-of si trova al di sopra di una determinata soglia in una data di osservazione mensile. In altri casi il prodotto paga una cedola condizionata con memoria, e le cedole eventualmente non pagate possono essere recuperate solo se in una data successiva si verificano le condizioni previste. In altri ancora esiste una cedola incondizionata, che rende il flusso cedolare più regolare ma non elimina il rischio di mercato.

Le trappole più comuni nella lettura del KID

Alcune parti del KID sono tecniche e possono essere lette in modo superficiale, generando equivoci.

Scenari non uguali a probabilità

Uno degli errori più frequenti è confondere gli scenari con delle probabilità implicite. Non è così: gli scenari servono a mostrare il possibile comportamento del prodotto in contesti diversi, non a dire quanto sia probabile ciascun esito.

Cedola non uguale a rendimento certo

Un’altra confusione classica riguarda la cedola. Vedere una cedola interessante non significa avere un rendimento garantito. Bisogna sempre capire a quali condizioni quella cedola viene pagata e se esistono ostacoli lungo il percorso.

Alcuni prodotti pagano una cedola solo se il sottostante, o il peggiore tra più sottostanti, resta sopra una barriera cedolare. In altri casi la cedola è incondizionata, ma il prodotto compensa questo aspetto con una struttura più esposta al rischio finale. In ogni caso, la cedola va letta insieme al resto del meccanismo, non isolatamente.

proteggere portafoglio

Barriere, trigger e livelli tecnici

Le parole “barriera”, “trigger”, “autocall” e simili possono sembrare solo tecnicismi, ma in realtà cambiano profondamente il profilo del prodotto. Un investitore dovrebbe capire non solo cosa significano, ma anche quando entrano in gioco e con quali effetti.

Ad esempio:

  • una barriera cedolare può influenzare il pagamento periodico;
  • una barriera di rimborso anticipato può far terminare prima il prodotto;
  • una barriera finale può incidere sul capitale restituito a scadenza.

In più, quando il prodotto è su più sottostanti, spesso entra in gioco la logica del worst-of: basta il peggiore dei sottostanti a determinare l’esito dell’investimento.

L’effetto airbag: attenuazione, non protezione

Un altro elemento da osservare con attenzione è l’eventuale effetto airbag. In alcuni certificati, infatti, il rimborso finale non segue in modo lineare la performance negativa del sottostante, ma prevede un meccanismo che attenua la perdita oltre una certa soglia. Questo può rendere il prodotto meno penalizzante in caso di ribassi marcati, ma non equivale a una vera protezione del capitale.

È importante non confondere l’airbag con una garanzia: in genere si tratta di un meccanismo che riduce l’impatto della discesa del sottostante, non che lo elimina. Per questo il KID va letto con attenzione, per capire se l’airbag esiste davvero, a quali condizioni entra in funzione e quanto incide sul rimborso finale.

Worst-of: un dettaglio che cambia tutto

È una delle sezioni più importanti da non sottovalutare. Se un certificato è legato a più titoli e utilizza la logica worst-of, l’andamento del sottostante più debole diventa decisivo. Anche se tre titoli tengono bene, il quarto può compromettere pagamento di cedole, autocall e rimborso finale.

Per questo motivo, quando si legge un KID, non basta vedere quanti sottostanti ci sono. Bisogna capire come vengono osservati e quale sottostante determina il risultato.

Linguaggio standardizzato, interpretazione complessa

Il KID è costruito con un linguaggio standard, ma standard non significa semplice, anzi… Alcune formule sintetizzano concetti complessi e possono dare l’impressione di una chiarezza maggiore di quella che c’è davvero. Per questo è bene leggere con attenzione anche le note e le condizioni operative.

Gli errori più comuni nella lettura del KID

Ecco alcuni errori che possono accadere (oltre a dimenticarne la lettura completamente del KID):

  • guardare solo la cedola;
  • ignorare il rischio emittente;
  • non leggere lo stress scenario;
  • non capire se il capitale è protetto;
  • non verificare le condizioni di autocall o di barriera;
  • confondere rendimento potenziale e rendimento atteso;
  • sottovalutare i costi del prodotto di investimento;
  • fermarsi alla sintesi senza leggere le note operative;
  • non considerare il numero di sottostanti e la logica worst-of;
  • trascurare il fatto che un prezzo sopra la pari cambia il rendimento effettivo.

Basta uno solo di questi errori per avere una percezione distorta del prodotto. Da ricordare, poi, come tutti i siti cerchino di fornire informazioni corrette e precise, ma l’errore è sempre dietro l’angolo. Ecco, quindi, che la lettura del KID è fondamentale.

Un esempio semplice di lettura

Immaginiamo un certificato che, a prima vista, sembra molto interessante perché prevede pagamenti periodici e la possibilità di rimborso anticipato. Se ci si ferma a questa sintesi, il prodotto appare lineare: il sottostante deve restare in una certa area e l’investitore può ricevere cedole durante la vita del certificato. Ma il KID serve a capire cosa succede davvero dietro questa apparente semplicità.

Il punto di partenza non è la cedola, ma la struttura. Bisogna prima capire se il certificato è legato a un solo sottostante oppure a più sottostanti, perché nel secondo caso l’andamento del peggiore può diventare decisivo. Da lì si passa alle condizioni di pagamento: la cedola è incondizionata oppure dipende da una soglia? Esiste la memoria? Il rimborso anticipato è automatico o solo potenziale? E soprattutto, cosa accade se le condizioni favorevoli non si realizzano?

Se il prodotto è su più sottostanti, non basta che alcuni titoli tengano bene: spesso è il peggiore a determinare l’esito dell’investimento. Se invece il prodotto ha un solo sottostante, il rischio è più facile da leggere, ma anche più concentrato. La presenza della memoria, poi, non elimina il problema: semplicemente consente di recuperare in seguito ciò che non è stato pagato prima, ma sempre entro regole ben definite.

Infine bisogna arrivare alla parte più importante: cosa succede a scadenza se il prodotto non è stato richiamato? Qui entra in gioco il livello della barriera finale e, quando previsto, l’eventuale effetto airbag. In alcuni casi la perdita può essere attenuata rispetto a un rimborso puramente lineare; in altri, invece, il capitale resta esposto in modo significativo.

Per questo il KID non va letto come una scheda commerciale, ma come una sequenza di “se” e “allora” che definisce il comportamento reale del prodotto.

Il senso di una lettura attenta

Leggere bene un KID significa andare oltre la cedola e oltre le frasi sintetiche più rassicuranti. Vuol dire capire davvero come funziona il prodotto, quali rischi comporta e quali scenari può generare.

Per un investitore in certificati, il KID non è un documento da consultare solo formalmente: è uno strumento per fare scelte più consapevoli. Le informazioni più utili non sono sempre quelle più evidenti, e spesso la differenza tra un prodotto interessante e uno rischioso sta proprio nei dettagli di struttura, nelle soglie, nel worst-of, nell’eventuale airbag e nelle condizioni di rimborso.

Se impari a leggere il KID di un certificato (e più in generale di un prodotto finanziario) con metodo, ogni certificato diventa più chiaro. E soprattutto, diventano più evidenti anche le differenze tra un prodotto apparentemente simile e uno davvero adatto alle tue esigenze.

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WTI, Brent, Dubai: guida semplice ai prezzi del greggio https://www.investire-certificati.it/wti-brent-dubai-guida-semplice-ai-prezzi-del-greggio/ Sat, 08 Aug 2026 10:29:00 +0000 https://www.investire-certificati.it/?p=44428 WTI, Brent, Dubai: guida semplice ai prezzi del greggio

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Quali sono i prezzi del petrolio? Che differenze ci sono fra WTI, Brent e Petrolio Dubai? In questo contesto politico agitato, segnato da tensioni internazionali, guerre, instabilità nelle aree produttive e decisioni strategiche dei grandi paesi esportatori, si sente parlare sempre più spesso di WTI, Brent e, in misura crescente, anche di Dubai.
Sono le sigle che ricorrono con maggiore frequenza quando si commenta l’andamento del prezzo del petrolio, i rincari dell’energia o gli effetti dei conflitti sui mercati globali.

Perché proprio queste quotazioni sono diventate centrali per leggere l’evoluzione del mercato petrolifero mondiale? In questa guida vedremo che cosa sono WTI, Brent e Dubai, come si forma il prezzo del greggio e perché questi benchmark sono così importanti per comprendere il contesto economico ed energetico attuale.

Che cos’è il greggio?

Con il termine greggio si indica il petrolio allo stato naturale, così come viene estratto dai giacimenti, prima di essere lavorato nelle raffinerie.
Si tratta di una materia prima composta principalmente da idrocarburi, con caratteristiche che possono variare sensibilmente da un’area geografica all’altra. Proprio per questo non esiste un solo tipo di petrolio: alcuni greggi sono più leggeri e con meno zolfo, altri più pesanti e più “acidi”. Queste differenze incidono sul valore commerciale del petrolio e sulla facilità con cui può essere trasformato in carburanti e altri prodotti energetici.

Il WTI: il greggio di riferimento negli Stati Uniti

Il WTI (acronimo di West Texas Intermediate) è il greggio di riferimento per gli Stati Uniti. Proviene soprattutto dai bacini petroliferi del Texas, dell’Oklahoma e del Nord Dakota, ed è consegnato a Cushing, in Oklahoma, dove convergono oleodotti ed infrastrutture specializzate per il comparto energetico. È considerato un petrolio leggero e dolce, grazie alla bassa densità e al contenuto di zolfo, con caratteristiche che lo rendono particolarmente adatto alla raffinazione di benzina e gasolio.

Il WTI è negoziato principalmente al NYMEX, il mercato statunitense per i contratti derivati, fra cui i future, sul greggio.

Il Brent: il benchmark del mercato internazionale

Con il Brent, invece, ci spostiamo nel Mare del Nord europeo, nei grandi giacimenti tra Regno Unito e Norvegia. Anche in questo caso si tratta di petrolio di ottima qualità, ma presenta un contenuto di zolfo leggermente superiore (circa 0,37% contro lo 0,24% del petrolio americano) e una densità marginalmente più elevata rispetto al WTI.

È il benchmark, cioè il punto di riferimento, per l’Europa, l’Africa e gran parte dell’Asia, e rappresenta circa i due terzi del petrolio scambiato a livello internazionale. Viene negoziato sull’ICE, la borsa londinese dei contratti derivati energetici.

Il benchmark di Dubai: il riferimento per il Medio Oriente e l’Asia

investire sul petrolio

Accanto a WTI e Brent, esiste anche un importante benchmark mediorientale: il Dubai Crude. Questo riferimento è utilizzato soprattutto per il petrolio esportato dal Medio Oriente verso l’Asia, oggi uno dei principali poli della domanda energetica globale. A differenza del WTI e, in parte, anche del Brent, il Dubai è generalmente un greggio più pesante e con un contenuto di zolfo più elevato, quindi meno “dolce”, ma proprio per questo più rappresentativo di molte produzioni dell’area del Golfo.

Il suo prezzo risente in modo particolare delle dinamiche geopolitiche regionali, delle decisioni dei paesi dell’OPEC+ e dell’andamento della domanda asiatica. In questo senso, se il WTI è il riferimento per il mercato statunitense e il Brent per quello europeo e globale, il Dubai rappresenta un indicatore chiave per comprendere i flussi petroliferi tra Medio Oriente e Asia.

Chi decide il prezzo del petrolio?

Il prezzo del petrolio non è stabilito da un solo paese, da una sola compagnia o da un’unica organizzazione internazionale. Il suo valore nasce dall’incontro tra domanda e offerta sui mercati globali ed è influenzato da una molteplicità di fattori economici, finanziari e geopolitici. Contano, per esempio, i livelli di produzione dei grandi paesi esportatori, le decisioni dell’OPEC+, il cartello dei paesi produttori di greggio, ma anche la crescita o il rallentamento dell’economia mondiale, l’andamento dei consumi energetici e le aspettative degli investitori.

A incidere sul prezzo sono anche eventi improvvisi, come guerre, sanzioni, crisi diplomatiche, problemi logistici, interruzioni nelle forniture o tensioni lungo le principali rotte marittime. Per questo il mercato petrolifero è particolarmente sensibile all’instabilità internazionale e può registrare oscillazioni anche molto rapide. In sostanza, il prezzo del greggio è il risultato di un equilibrio fragile e in continuo movimento, in cui ogni variazione dell’offerta o della domanda può avere effetti immediati sulle quotazioni.

Da cosa dipendono i prezzi di WTI, Brent e Dubai?

Il prezzo del WTI risente maggiormente delle condizioni logistiche interne degli Stati Uniti, come la capacità degli oleodotti e lo stoccaggio a Cushing. Il Brent, invece, è più esposto ai fattori geopolitici globali, come le tensioni nelle rotte marittime o le decisioni dell’OPEC+, il cartello allargato dei paesi produttori di petrolio. Anche il Dubai, proprio per la sua collocazione geografica e commerciale, è fortemente influenzato dalla stabilità dell’area del Golfo e dai transiti strategici come quello dello Stretto di Hormuz.

Il differenziale tra Brent e WTI

Storicamente, il Brent tende a essere quotato a un prezzo leggermente superiore rispetto al WTI. Questo differenziale, noto come spread Brent-WTI, riflette la maggiore rilevanza del Brent nei flussi commerciali internazionali e la sua esposizione alla domanda globale. Tuttavia, in alcuni periodi il WTI può raggiungere prezzi vicinissimi o anche superiori a quelli del Brent, soprattutto quando la logistica statunitense è sotto pressione o la domanda interna cresce in modo significativo.

Perché il prezzo del petrolio incide sulla vita quotidiana?

petrolio

Il prezzo del petrolio non riguarda soltanto i mercati finanziari o i paesi produttori, ma ha conseguenze dirette anche sulla vita quotidiana di cittadini e imprese. Quando il greggio aumenta di prezzo, possono salire i costi dei carburanti come benzina e diesel, ma anche quelli del trasporto delle merci, della logistica e, indirettamente, di molti beni di consumo. Il petrolio, infatti, resta una materia prima centrale per l’economia globale, non solo per la produzione di energia, ma anche per numerosi settori industriali.

Le sue variazioni possono contribuire ad alimentare l’inflazione, ridurre il potere d’acquisto delle famiglie e aumentare i costi per le imprese. Anche chi non segue abitualmente l’andamento delle materie prime finisce quindi per subirne gli effetti, spesso senza rendersene conto immediatamente. Capire come funzionano WTI, Brent e Dubai significa allora comprendere meglio non solo i mercati energetici, ma anche alcuni dei meccanismi che incidono sul costo della vita e sugli equilibri dell’economia mondiale.

Altri approfondimenti sul petrolio e sui certificati

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Cosa vogliono dire i nomi dei certificates? https://www.investire-certificati.it/cosa-vogliono-dire-i-nomi-dei-certificates/ Sat, 24 Jan 2026 09:50:59 +0000 https://www.investire-certificati.it/?p=39433 Cosa ci indicano i nomi dei certificates? Capire i certificati di investimento dal loro nome può non essere facile. In questo articolo ci soffermiamo sui principali nomi commerciali dati ai certificates. Autocallable Barrier Worst-of Phoenix Certificate, Worst-of Quanto Issuer Callable, Protected Capped Worst-of Participation Certificate, Memory Cash Collect Certificates, Callable Worst-of Phoenix Certificate, Equity First […]

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Cosa ci indicano i nomi dei certificates? Capire i certificati di investimento dal loro nome può non essere facile. In questo articolo ci soffermiamo sui principali nomi commerciali dati ai certificates.

Autocallable Barrier Worst-of Phoenix Certificate, Worst-of Quanto Issuer Callable, Protected Capped Worst-of Participation Certificate, Memory Cash Collect Certificates, Callable Worst-of Phoenix Certificate, Equity First Fixed Premium, Step-down Cash Collect. Questi sono soltanto alcuni nomi di certificati emessi nell’ultimo periodo da importanti emittenti. In poche parole l’emittente ci spiega cosa stiamo per acquistare, almeno in termini di struttura del derivato.

Molte informazioni utili sono già contenute nel nome stesso del certificato. Leggendo con attenzione la denominazione di un certificato si ricavano subito indizi importanti sulla sua composizione e struttura, se è previsto un rimborso anticipato. Il nome ci dice anche se esistono barriere che condizionano la protezione del capitale, se il rendimento è cedolare o se ci troviamo di fronte a un certificato bonus, coperto in valuta (quanto) o soggetto a un limite (cap). Questo non sostituisce però la lettura attenta del KID (Key Information Document) e del prospetto, che rimangono le fonti definitive per conoscere costi, scenari di rendimento e rischi.

In questo articolo vediamo perché il nome è tanto informativo e perché a colpo d’occhio può dire molto sul profilo rischio/rendimento del certificato. Termini come “Autocallable”, “Barrier”, “Worst-of”, “Phoenix”, “Quanto” o “Protected” non sono semplici etichette di marketing. Sono parole chiave che descrivono meccaniche precise per capire come funzionano i certificates. Approfondiamole insieme per comprendere davvero cosa vogliono dire queste parole.

“Memory”: cedole con memoria

certificates memory cash collect

Una caratteristica ormai presente in quasi tutti i certificati con cedola è l’effetto memoria.
In parole semplici, il certificato paga cedole a intervalli prestabiliti (mensili, trimestrali, ecc.) solo se, alla data di rilevazione, si verificano determinate condizioni sui sottostanti.

Se la condizione non è soddisfatta, la cedola non viene persa ma viene “memorizzata”. Nel caso in cui in una delle rilevazioni successive la condizione torna a essere soddisfatta, tutte le cedole arretrate vengono corrisposte insieme a quella del periodo. Nel caso in cui non ci sia l’effetto memoria delle cedole non sarebbe possibile un eventuale recupero di premi non corrisposti durante la vita del certificato.

“Barrier”: la soglia che condiziona rendimenti e protezione

Nel mondo dei certificati d’investimento, la barriera (barrier) è la soglia che determina l’esito di alcune condizioni chiave: il pagamento delle cedole, il richiamo anticipato e, soprattutto, la protezione del capitale a scadenza. In termini pratici la barriera è espressa come percentuale del valore iniziale del sottostante (es. 40%, 50%, 60%) e può riferirsi al singolo sottostante o, nel caso di un paniere, al “peggior” sottostante (worst‑of).
Se il prezzo del sottostante (o del titolo peggiore) rimane sopra la barriera, l’investitore può beneficiare dei rendimenti previsti e della restituzione del capitale investito; se invece scende sotto questa soglia, le prospettive cambiano e il rischio di perdita aumenta.

Si parla di barriera profonda quando il livello è fissato molto al di sotto del prezzo iniziale (es. 50%, 40% o meno); ciò riduce la probabilità che venga violata (a parità di volatilità) e quindi aumenta la probabilità che la protezione condizionata rimanga intatta, ma tende anche a tradursi in rendimenti/premi generalmente più bassi rispetto a barriere più “superficiali”. Chiaramente – a parità di sottostante – le possibilità che sia violata una barriera del 60% saranno superiori a quelle che sia violata una barriera del 50%.

“Autocallable”: il meccanismo di rimborso anticipato

Con il termine “autocallable” si identifica una tipologia di certificato che può essere rimborsato prima della scadenza, se vengono soddisfatte certe condizioni prestabilite.
È una meccanica molto diffusa perché permette all’emittente di estinguere il prodotto quando il mercato è favorevole e all’investitore di incassare cedole e capitale prima della scadenza originaria.

“Callable” o “Softcallable”: richiamo discrezionale

formazione

La caratteristica centrale dei certificates softcallable è legata alla modalità del richiamo del prodotto. Con i certificates softcallable, infatti, può avvenire a completa discrezione dell’emittente (in predeterminate scadenze temporali). Una differenza sostanziale con i tradizionali autocallable, in cui il richiamo è legato a determinate condizioni di prezzo (può anche essere assente). 

Nel caso dei certificati softcallable l’emittente ha il diritto, ma non l’obbligo, di richiamare un certificato dopo un certo numero di mesi o anni a sua completa discrezione. In questa maniera la banca o l’intermediario che hanno emesso il prodotto riescono a offrire rendimenti potenziali leggermente superiori rispetto a quelli dei tradizionali autocallable. Chiaramente, nel caso dei certificati di investimento softcallable, se il prodotto viene richiamato l’investitore incassa il rimborso dell’intero nominale e di tutte le cedole dovute fino a quel momento. Quasi sempre la softcallability è attiva dopo un numero di mesi (per esempio 3 oppure 6, ma tutto varia in base alla struttura del derivato).

“Step‑down”: la barriera che si abbassa nel tempo

“Step‑down” indica una clausola che prevede l’abbassamento programmato di una soglia (barriera) in date prefissate durante la vita del certificato. All’inizio la barriera è più “stretta” (vicina al prezzo iniziale). Poi, a scaglioni, si riduce nel tempo rendendo progressivamente più probabile che la condizione sia soddisfatta nelle successive date di osservazione. Questa logica viene di solito legata al concetto di richiamo anticipato (autocall). E’ usata per bilanciare rischio e rendimento anche se non garantisce affatto il buon esito del prodotto finanziario in questione.

“Worst-of”: l’andamento dell’azione peggiore fa il prezzo

La struttura “worst-of” è una delle più utilizzate nei certificati, dove il rendimento e la protezione dipendono esclusivamente dal titolo che si comporta peggio tra quelli scelti come sottostanti. Questo meccanismo permette di offrire cedole e rendimenti potenzialmente più elevati, ma implica anche maggiori rischi, perché basta che uno dei titoli sia molto negativo (sotto barriera) per compromettere il risultato dell’intero investimento.

“Fixed Premium”: il rendimento predeterminato

“Fixed Premium” (spesso tradotto in italiano come “premio fisso” o “cedola fissa”) indica una caratteristica del certificato per la quale l’investitore riceve un importo predeterminato. Può trattarsi di un flusso periodico fisso (per alcuni mesi o anni) oppure di un premio corrisposto in unica soluzione all’emissione o in una data prefissata. Un flusso di cedole prefissato ovviamente riduce la volatilità del prodotto.

“Protected”: la protezione del capitale

Proseguiamo la lista di nomi dei certificati di investimento passando a quelli a capitale protetto. Il termine “Protected” indica che il certificato offre una protezione del capitale, totale o parziale (può essere totale, ossia il 100%, oppure parziale, ad esempio il 90% del capitale investito), alle condizioni previste dal contratto (a scadenza). È una delle diciture più rassicuranti per un investitore, ma è fondamentale comprendere esattamente che cosa viene protetto e le tempistiche (solitamente solo alla scadenza)

“Capped”: il limite al rialzo

“Capped” indica la presenza di un tetto massimo al rendimento riconosciuto dall’investitore in caso di rialzo del sottostante. Nelle strutture più frequenti il cap viene applicato insieme a una componente di protezione. L’emittente combina un’obbligazione che garantisce (totalmente o parzialmente) il capitale a scadenza con un’opzione che offre partecipazione al rialzo, ma questa partecipazione è limitata da un cap. In pratica si sacrifica parte del rialzo potenziale in cambio di maggiore protezione o di cedole più alte.

cedola fissa garantita

“Quanto”: la copertura del rischio di cambio

Il termine “Quanto” indica che il certificato offre un’esposizione a un sottostante denominato in una valuta estera (es. azioni USA, indici in dollari) ma con il valore di rimborso convertito nella valuta dell’investitore senza subire direttamente le variazioni del tasso di cambio.

In pratica il rischio di cambio è “neutralizzato” mediante una copertura integrata nella struttura del prodotto. In questo modo la performance dipende esclusivamente dall’andamento del sottostante e non dalle variazioni del cambio tra emissione e scadenza.

Il nome conta, ma il KID decide

Il nome di un certificato è spesso una bussola preziosa per l’investitore. Fornisce indicazioni immediate sulla struttura, sulle condizioni che governano cedole, barriere e rimborso anticipato, e sulle principali fonti di rischio.

Tuttavia il nome rimane soltanto il primo passo. Il KID e il prospetto contengono i dettagli operativi, i costi impliciti, gli scenari di rendimento e le condizioni precise (date di osservazione, livello delle barriere, trattamento delle cedole memorizzate, modalità di call, ecc.) che determinano l’effettivo esito economico dell’investimento. Prima di sottoscrivere, leggili con attenzione, valuta il rischio emittente e, se necessario, richiedi chiarimenti al tuo consulente finanziario. I certificati sono prodotti complessi e possono esporre l’investitore al rischio di perdita parziale (e in rari casi totale) del capitale investito.

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Cosa muove il prezzo di un Certificato? https://www.investire-certificati.it/cosa-muove-il-prezzo-di-un-certificato/ Thu, 19 Dec 2024 14:15:52 +0000 https://www.investire-certificati.it/?p=34216 È una domanda chiave per gli investitori: Cosa muove il prezzo di un certificato? In altre parole, quali sono le variabili da considerare per capire come si muove il prezzo spot di un certificato sul mercato secondario? Procediamo con ordine, con una semplice guida per capire cosa muove il prezzo di un certificato di investimento. […]

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È una domanda chiave per gli investitori: Cosa muove il prezzo di un certificato? In altre parole, quali sono le variabili da considerare per capire come si muove il prezzo spot di un certificato sul mercato secondario? Procediamo con ordine, con una semplice guida per capire cosa muove il prezzo di un certificato di investimento.

Il prezzo di un sottostante

Vediamo i fattori che muovono il prezzo di un certificato. In primo luogo, chiaramente il prezzo del sottostante. Nel caso di un tradizionale certificato cash collect, un incremento di prezzo dell’azione, dell’indice o della materia prima sottostante determina una salita del prezzo. La quotazione del sottostante ha un peso maggiore man mano che ci si avvicina a scadenza, in quanto la vita residua (e quindi la probabilità di movimenti ampi in una direzione o nell’altra) sono inferiori.

Volatilità e vita residua

Un secondo elemento chiave è senz’altro la volatilità, ossia l’oscillazione media del sottostante. Parliamo in particolare di volatilità implicita, ossia la volatilità attesa sul prezzo del sottostante.

Di fatto, una volatilità maggiore potrebbe determinare un prezzo più basso, in quanto aumenta le possibilità di movimenti anche significativi. Un altro elemento da considerare è la vita residua.  Man mano che ci si avvicina a scadenza, se i sottostanti sono sopra barriera, il prezzo tende a salire perché sono minori le probabilità di evento barriera.

Dividendi attesi

Quando si parla di certificates, occorre anche considerare i dividendi attesi. Nel caso in cui le azioni (o gli indici sottostanti) paghino dividendi, non sono riconosciuti all’investitore. Pertanto, dividendi più elevati avvicinano di fatto la barriera, abbassando quindi il prezzo del certificato. Questo discorso non vale per i dividendi straordinari, per cui è invece prevista una rettifica del prezzo di strike.

Tassi di interesse

Non va dimenticato il tema tassi di interesse, che può essere rilevante sia per i certificati a capitale condizionatamente protetto che per quelli a capitale garantito. Di fatto, tassi più alti abbassano il prezzo dei certificates.

Nel caso di certificates a capitale garantito, con lunghe scadenze, la discesa potrà essere anche significativa, soprattutto se il sottostante dovesse trovarsi sotto strike, ma anche nel caso in cui l’indice o l’azione sottostante abbia performato bene.

Cosa muove il prezzo di un certificato? Un esempio

Certificates

Poniamo l’esempio di molti certificates emessi nel 2020-2021, con tassi a zero o anche tassi negativi. Per ipotesi, pensiamo a un prodotto con valore nominale 1000 euro, capitale protetto 100% e cedole del 2% annuo pagate a patto che il FTSE Mib si trovi sopra lo strike di 22.000 punti.

Anche se l’indice italiano si è notevolmente apprezzato, questi certificates nel 2024 quoterebbero sotto la pari (in particolare in caso di lunghe scadenze, come 2029-2030) per via di cedole più basse del rendimento offerto da un BTP.

La performance del worst of

Molti certificates sono scritti su panieri di azioni o indici. E’ chiaro che – soprattutto con l’avvicinarsi della scadenza – la performance del worst of e la volatilità di questo sottostante avranno un peso maggiore.

Poniamo per ipotesi che i sottostanti siano le azioni di Enel, Eni, Intesa Sanpaolo e Tesla. Ipotizziamo che le azioni di Enel, Eni, Intesa si trovino intorno ai prezzi di osservazione iniziale, mentre Tesla sia sotto strike del 25%, a fronte di una barriera al 60%. Chiaramente il peso di Enel, Eni e Intesa sarà decisamente inferiore, con le azioni di Tesla variabile chiave per il buon esito del certificato (anche considerando la volatilità inferiore dei tre titoli del FTSE Mib rispetto al produttore di auto elettriche).

Al tempo stesso, nel caso in cui tutti i sottostanti si trovassero sotto strike di un medesimo ammontare (in termini percentuali) la situazione sarebbe simile a quella iniziale. Occorrerebbe considerare in maniera particolare quello con la volatilità superiore, pertanto Tesla.

Certificati denominati in valuta estera

Da notare che alcuni certificati sono denominati in valuta estera, ossia diversa dall’euro. Pertanto, un apprezzamento della valuta (dollari americani, sterline, franchi svizzeri o yen) sul forex market, determinerebbe un maggiore profitto per l’investitore. Viceversa, se la valuta di denominazione si deprezzasse contro l’euro, l’investitore avrebbe un minore profitto o una perdita maggiore dall’investimento.

Capire il mondo del trading e degli investimenti

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Carry Trade in Borsa https://www.investire-certificati.it/carry-trade-in-borsa/ Sat, 30 Nov 2024 14:34:07 +0000 https://www.investire-certificati.it/?p=34271 Negli ultimi mesi abbiamo spesso sentito parlare di carry trade, in particolare sul cambio dollaro/yen. Ma cosa è il carry trade e in cosa consiste? Quali sono i vantaggi e i rischi del carry trade? Ecco un focus su questa modalità di investimento. Cosa è il carry trade Partiamo da una definizione. Il carry trade […]

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Negli ultimi mesi abbiamo spesso sentito parlare di carry trade, in particolare sul cambio dollaro/yen. Ma cosa è il carry trade e in cosa consiste? Quali sono i vantaggi e i rischi del carry trade? Ecco un focus su questa modalità di investimento.

Cosa è il carry trade

Partiamo da una definizione. Il carry trade è una strategia di investimento attraverso la quale l’investitore si indebita in una valuta con bassi tassi di interesse e li investe in una divisa con tassi di interesse più elevati. L’investitore mira a guadagnare sulla differenza fra i tassi di interesse.

Il profitto può essere ancora più elevato se la divisa acquistata si apprezza contro quella venduta, mentre un apprezzamento della divisa con tassi più bassi riduce il profitto o genera una perdita.

Il carry trade è una modalità di investimento diffusa sui mercati finanziari, utilizzata principalmente da investitori istituzionali come hedge fund e banche, ma anche da investitori privati. Vediamo in dettaglio come funziona, con esempi e spiegazioni più dettagliate.

Il Carry Trade contro lo yen

La valuta principe su cui applicare il carry trade è stata negli anni lo yen, anche se non è senz’altro l’unica. Di fatto si vende yen, comprando per esempio dollari americani o dollari australiani (o altre valute con un tasso interesse decisamente più alto di quello giapponese).

Lo yen negli ultimi anni ha avuto tassi negativi, per anni fermi al -0,10%. Soltanto nel 2024 la Banca centrale giapponese li ha alzati dapprima allo 0,10% e successivamente allo 0,25%. Le aspettative sono per un altro rialzo dei tassi a breve. Si è ridotto il differenziale con i tassi americani ed europei, che resta comunque ancora significativo, nell’ordine di 3-4 punti percentuali.

Come Funziona il Carry Trade?

Il carry trade richiede una fase di studio da parte dell’investitore, che deve individuare valute con tassi di interesse diversi e ipotizzare un trend favorevole che permetta l’attuazione del carry trade con profitto.

investimenti in borsa

Vediamo le varie fasi del carry trade. Dopo aver studiato i mercati, si prende a prestito una valuta con un tasso di interesse basso (per esempio lo yen). La valuta presa a prestito viene venduta contro una valuta che ha un tasso di interesse più alto. Ecco, quindi, che si costruisce una posizione con swap favorevole. Il costo di finanziamento per tenere aperta la posizione è quindi negativo, ossia a favore dell’investitore (a credito).

Per esempio, si va lunghi di dollaro australiano o dollaro americano contro lo yen giapponese (o il franco svizzero). Il carry trade è di fatto già in essere. È sufficiente che la valuta su cui si è long non si deprezzi per ottenere un profitto dal differenziale di tassi. Il tempo gioca a favore dell’investitore, che incassa quotidianamente lo swap (o rollover) generato dall’investimento.

È però possibile investire il denaro preso in prestito (nel caso in cui l’operazione sia stata fatta fisicamente) su strumenti finanziari con un rendimento aggiuntivo.

Come si guadagna?

Dove si guadagna? L’investitore guadagna dalla differenza tra il tasso di interesse pagato sul prestito e il rendimento ottenuto dagli investimenti. Se il tasso di interesse in Giappone è dello 0,5% e il rendimento sugli investimenti in dollari USA è del 5%, l’investitore guadagna una differenza del 4,5%.

Per ottenere il rendimento netto vanno considerati i costi sostenuti per il cambio ed eventuali tassazioni da capital gain. Nel caso in cui si faccia trading con i CFD si ottiene un rendimento leggermente inferiore al differenziale fra i tassi, in base a quello che è il reale costo di finanziamento offerto dai liquidity provider al broker.

Pro e Contro del Carry Trade

Pro e contro: quali sono i vantaggi ed i rischi di questa strategia di investimento? Il carry trade non è certamente esente da rischi, come tutti gli investimenti. Pensiamo a chi avesse una posizione lunga sul dollaro contro lo yen. In questo caso il carry trade è funzionato molto bene fino a luglio 2024, con il cambio USD/JPY salito ai massimi da oltre 35 anni in area 162. Successivamente, però, è seguita una rapida discesa, di circa 2000 pips, portando il cambio a 140, mentre l’indice giapponese NIKKEI crollava. Di fatto un movimento contrario importante che ha spinto molti investitori a smantellare, almeno in parte, le posizioni aperte. Nelle settimane seguenti USD/JPY è tornato ad apprezzarsi dopo le rassicurazioni di Ueda e della Bank of Japan su politiche monetarie espansive, ancora in grado quindi di permettere il carry trade.

L’investitore deve quindi monitorare costantemente la posizione, ma anche le mosse delle banche centrali, come Federal Reserve e BCE in termini di tassi di interesse, modificando la propria esposizione in base alle condizioni di mercato.

I rischi del carry trade

Quali sono quindi i rischi del carry trade? Troviamo, come visto, il rischio di cambio. La valuta su cui si è short, potrebbe apprezzarsi. In questo caso si va incontro ad una potenziale perdita o quantomeno ad un profitto minore rispetto al differenziale dei tassi fra le due valute. Ad esempio, se lo yen giapponese si apprezza rispetto al dollaro australiano, l’investitore potrebbe ottenere meno yen quando riconverte i suoi dollari australiani.

Un secondo rischio è legato al tasso di interesse, elemento chiave alla base di questa operatività. Nel caso in cui la banca centrale della valuta con tassi bassi alzi i tassi, il differenziale si ridurrebbe, riducendo i margini. In altre parole, se i tassi di interesse aumentano nella valuta di prestito o diminuiscono nella valuta di investimento, i guadagni del carry trade possono ridursi (o diventare una perdita).

Nel caso in cui il denaro cambiato venga anche investito in attività finanziarie, i fondi del carry trade possono essere soggetti a rischi di mercato. Per esempio, se avessimo operato carry trade su yen giapponese e dollaro australiano, per poi investire sul mercato azionario australiano, qualora dovesse stornare, l’investitore potrebbe subire perdite sui suoi investimenti in azioni australiane.

Forex, valute: altri articoli ed approfondimenti

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Obbligazioni – Cosa Sono? https://www.investire-certificati.it/obbligazioni-cosa-sono/ Sun, 21 Jan 2024 19:18:00 +0000 https://www.investire-certificati.it/?p=31351 Una breve guida per capire le obbligazioni: cosa sono e come funzionano i bond governativi e quelli corporate? Tassazione, durata e andamento del prezzo dei bond e del mercato obbligazionario. Cosa sono le obbligazioni? Cosa sono le obbligazioni sui mercati finanziari? Vediamo una semplice definizione. Possiamo dire che un’obbligazione è un credito verso un’azienda o […]

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Una breve guida per capire le obbligazioni: cosa sono e come funzionano i bond governativi e quelli corporate? Tassazione, durata e andamento del prezzo dei bond e del mercato obbligazionario.

Cosa sono le obbligazioni?

Cosa sono le obbligazioni sui mercati finanziari? Vediamo una semplice definizione. Possiamo dire che un’obbligazione è un credito verso un’azienda o uno Stato sovrano, ottenuto tramite operazione di finanziamento. È contratto da un investitore a fronte della promessa di rimborso del capitale e pagamento di interessi.

Borsa Italiana spiega sul suo sito che “un’obbligazione è un titolo di credito che rappresenta una frazione, di uguale valore nominale e con i medesimi diritti, di un’operazione di finanziamento”. Sostanzialmente chi acquista l’obbligazione (in inglese “bond), diventa creditore della società emittente. A sua volta, l’emittente è obbligata a rimborsare il capitale investito a scadenza, pagando gli interessi definiti alla nascita del prodotto finanziario.

Obbligazioni Governative e Corporate

titoli di Stato, obbligazioni

Le obbligazioni possono essere governative o corporate. Nel primo caso rientrano i Titoli di Stato italiani, come i BOT (i Buoni ordinari del Tesoro, con scadenza fino a 12 mesi) ed i BTP, i Buoni del Tesoro Poliennali, con scadenze fino a 50 anni. Rimanendo in Europa, troviamo il bund tedesco, gli OAT francesi, i bonos spagnoli, per esempio. Si è parlato molto anche delle lunghe scadenze austriache, in particolare per via dei bond emessi dall’Austria con scadenza secolare. Sia il bond Austria 2117 che Austria 2120 sono crollati negli ultimi mesi per via del rialzo dei tassi. Le obbligazioni corporate sono invece quelle emesse da aziende per finanziare le loro attività.

Fra queste obbligazioni troviamo anche una distinzione di tipo fiscale: i bond governativi sono soggetti ad una tassazione agevolata del 12,50%, mentre quelli corporate al 26%. Per tanto, un BTP sarà tassato al 12,50%, un bond emesso da Enel o Eni o Unicredit Bank al 26%, giusto per fare un esempio.

Come funziona un’obbligazione?

Quali sono gli elementi chiave per analizzare un’obbligazione? Procediamo con ordine. In primo luogo, occorre conoscere il tasso di interesse pagato dall’obbligazione. Molto spesso è fisso per tutta la vita del bond, ma potrebbe anche variare in modo prefissato (per esempio in modo crescente negli anni), oppure essere collegato all’andamento di alcuni tassi di riferimento (come l’euribor a tre mesi), o ancora all’inflazione, come capita nelle obbligazioni indicizzate all’inflazione.

Nel caso delle obbligazioni zero coupon (fra cui anche i CTZ) non sono previste cedole o interesse. Il profitto per l’investitore è derivante dalla differenza fra il prezzo di acquisto (per esempio 95) ed il rimborso a scadenza (solitamente 100).

Durata di un bond

Un altro fattore da analizzare con cura è la durata dell’obbligazione. I bond con scadenze brevi sono poco impattati da eventuali rialzi o ribassi dei tassi di interesse. Per contro, un’obbligazione con una vita residua elevata (come il BTP 2072), risulterà decisamente più volatile in caso di movimenti al costo del denaro. In particolare, aspettative per tassi più alti, tenderanno a deprezzare – anche in modo significativo – l’obbligazione. Per contro, se gli operatori si aspettassero tassi bassi, la quotazione spot (ossia il prezzo a pronti) del bond tenderà a salire.

Il pagamento dell’interesse solitamente avviene su base annuale o semestrale (come capita nei BTP). Ci sono alcune eccezioni, come i recenti BTP Valore, dove le cedole sono pagate su base trimestrale. Il rimborso di norma avviene a scadenza, in un’unica soluzione. Ci sono tuttavia obbligazioni con rimborso progressivo o con modalità straordinaria (rimborso anticipato oppure riacquisto sul mercato). Tutte queste caratteristiche, su cui l’emittente ha ampia libertà, fanno sì che vi siano numerose categorie di obbligazioni, con differenti profili di rendimento.

Il rendimento, poi, varia anche al grado di credito dell’emittente. Uno Stato con rating elevati pagherà interessi relativamente bassi. Per contro, un’azienda con rating più bassi (o senza rating) sarà costretta ad offrire interessi superiori per ottenere denaro sui mercati finanziari.

Quali sono i rischi per chi acquista un’obbligazione?

Cacs - Clausole collettive BTP
Cosa sono i CACs?

Anche comprando un bond si acquista un rischio. Le obbligazioni sono tendenzialmente meno rischiose di un investimento sulle azioni, ma ciò non vuol dire che non siano presenti elementi di rischio. In particolare, quando si acquista un bond si è soggetti al rischio emittente. Nel caso in cui l’azienda o lo stato che ha emesso il bond dovesse fallire, l’investitore sarebbe soggetto ad una perdita parziale o totale del capitale investito. Per quanto riguarda le emissioni europee vale la pena approfondire il tema dei CACS, ossia le clausole di azione collettiva che sono presenti nelle lunghe scadenze dal 2013 in poi. Ricordiamo, oltre all’articolo sul tema, anche quello dove sono presentati i BTP senza CACs.

Oltre al rischio emittente, c’è anche un rischio legato di prezzo, in particolare nelle lunghe scadenze. Quando i tassi di interesse salgono (come avvenuto nel 2022 e 2023) le emissioni già presenti sul mercato tendono a deprezzarsi. Ciò in particolare nelle lunghe scadenze. Il loro rendimento, infatti, è più basso di quello offerto dai prodotti di nuovo collocamento.

Per esempio, il BTP 2045 paga cedole lorde dell’1,50%, decisamente inferiori al rendimento che offre una nuova obbligazione con scadenza ventennale. Il prezzo spot sul mercato secondario è quindi sceso, allineando il rendimento. Scenario simile, come detto, per i bond secolari austriaci, arrivati a dei prezzi minimi in area 30 – 40. Qui le cedole sono ancora più basse e per ricevere il rimborso del valore nominale (100) bisogna aspettare quasi un secolo.

Prezzo di emissione dei bond

La gran parte delle obbligazioni viene emessa ad un prezzo pari a 100, definito valore nominale. Durante la vita di questi prodotti finanziari la quotazione sul mercato secondario oscilla. Sale su valori più alti se i tassi scendono. Per contro, il prezzo spot, ossia a pronti, tende a scendere, anche in maniera drastica, in caso di forti rialzi dei tassi di interesse per allinearsi ai rendimenti delle nuove emissioni.

Alla scadenza il rimborso è pari a 100 (più eventuali interessi), a patto che l’emittente non abbia problemi finanziari e riesca ad essere solvente con il creditore. Le agenzie di rating – non sempre infallibili – offrono comunque interessanti analisi sullo stato di salute delle imprese ed un giudizio sintetico sulla qualità del debito della maggior parte delle aziende che emettono obbligazioni.

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Come Funzionano i Certificates? https://www.investire-certificati.it/come-funzionano-i-certificates/ Thu, 07 Sep 2023 07:12:00 +0000 https://www.investire-certificati.it/?p=27228 Come funzionano i certificates o certificati di investimento? Come si costruiscono? Con quali strumenti? Come investire nei certificates? Prima di tutto diciamo cosa sono sono i certificates. Sono “derivati cartolarizzati” emessi da banche o società finanziarie, che replicano passivamente il prezzo di un’azione, di un basket di azioni, di un indice finanziario, di una valuta, […]

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Come funzionano i certificates o certificati di investimento? Come si costruiscono? Con quali strumenti? Come investire nei certificates?

Prima di tutto diciamo cosa sono sono i certificates. Sono “derivati cartolarizzati” emessi da banche o società finanziarie, che replicano passivamente il prezzo di un’azione, di un basket di azioni, di un indice finanziario, di una valuta, di una commodity o di un tasso di interesse.

Ma cosa sono i derivati cartolarizzati?

La cartolarizzazione è una operazione finanziaria che trasforma uno strumento finanziario non trasferibili in un altro strumento trasferibile, negoziabile e liquido. In pratica i certificates sono titoli strutturati e cartolarizzati, ma differiscono dagli altri derivati più noti come futures e opzioni, perché questi ultimi sono meri contratti. Come funzionano i certificates che si possono considerare derivati buoni con profilo di rischio più prudente? Spesso i più graditi ai risparmiatori sono i certificates a capitale protetto e quelli con cedole garantite.

I rischi

L’emittente non ha rischi, perché è coperto, ha solo costi di emissione (i costi legati alla quotazione del prodotto). Anche con i certificates ci sono comunque alcuni rischi per l’acquirente, come in tutti i prodotti finanziari.

Fra i principali rischi dei certificati ricordiamo:

  • Rischio di mercato. Il prezzo del certificato varia sul mercato secondario. Può salire o scendere anche in maniera significativa. Con i certificati si può guadagnare così come perdere denaro.
  • rischio emittente. In caso di default dell’emittente, il certificato è equiparato alle obbligazioni senior non garantite e non privilegiate.
  • eventuale rischio di cambio, la valuta del Certificate può differire dalla valuta del sottostante. Nel caso in cui il certificato sia denominato in euro o se presente l’opzione quanto non vi è rischio cambio.

Profilo di rischio

certificati di investimento con airbag

Vista l’esistenza di rischio in questa tipologia di strumenti finanziari, che spesso i risparmiatori meno evoluti fanno fatica a comprendere, la regola fondamentale da rispettare è che il profilo di rischio del prodotto deve essere adeguato al profilo di rischio dell’investitore. Tuttavia le banche emittenti non hanno adottato un questionario comune per valutare il grado di preparazione di un cliente.

Ciascuna banca fa a modo proprio la profilazione del cliente e la valutazione del rischio adatto. Gli ordini sui certificati sono mediamente pesanti, con cifre cospicue. Si potrebbe pensare ad un certo l’interesse della banca a spingere la sottoscrizione dei certificati di investimento senza adottare criteri troppo restrittivi sul profilo di rischio del cliente e del prodotto. In realtà spesso non è così, perchè molte banche preferiscono spingere i clienti verso il risparmio gestito, che genera commissioni decisamente più elevate. Il tutto, in molti casi, a discapito del cliente.

Un esempio di certificato di investimento

I certificati di investimento sono generati grazie ad una serie di opzioni (call e put), collegate allo strumento in questione; quindi permettono alla società emittente di coprirsi per i certificati di investimento emessi.

Prima di spiegare in modo molto semplice come funzionano i certificates, ripartiamo dall’effetto leva. Ecco un esempio di trading con leva.

  • Si parte con un capitale di 100€
  • Si prende a prestito una somma di 900€, ottenendo così un capitale totale di 1000€
  • L’effetto leva finanziaria sarà di 10 a 1 oppure di x10
  • Si investe tutto il capitale in un unico titolo
  • Se il titolo fa un +20%, si riceveranno 1200€, meno i 900€ presi a prestito che devono essere restituiti, generando un profitto di 200€.
  • Pertanto, una prestazione di +20% ha generato una performance di +200%, portando il capitale da 100 a 300 euro (sono da togliere eventuali commissioni)

La copertura

Questo però è un esempio privo di qualsiasi copertura, caratteristica importante dei certificates. Quindi facciamo un esempio che protegga l’equity attraverso l’uso di opzioni. La struttura opzionale di una protezione dell’equity è data da:

  • acquisto di un’opzione call con strike pari a zero
  • acquisto di un’opzione put con strike pari al livello di protezione

Il prezzo della protezione sarà dato dal prodotto tra costo totale delle opzioni e un multiplo risultante dalla divisione di 100 per il valore del titolo sottostante al momento della emissione.

Cap il tetto massimo

Per non rischiare troppo e proteggere l’equity possiamo prevedere anche un “Cap”, ossia un tetto massimo al rimborso in caso di rialzo del sottostante. In questo caso, alla struttura del certificato viene aggiunta la vendita di un’opzione call con strike pari al tetto massimo che si vuole bloccare.

Stiamo vendendo una opzione e quindi l’aggiunta del Cap, se da un lato limita le possibilità di rendimento stabilendo un tetto massimo, dall’altro lato va ad aumentare il rendimento potenzialmente che si potrà ottenere dal certificato di investimento.

Come funzionano i certificates: investimento e finalità

I certificates sono uno strumento molto duttile in mano agli investitori perché ogni tipo di certificato raggiunge un diverso tipo di obbiettivo desiderato dal risparmiatore. Ecco vari tipi di certificates con alcune delle caratteristiche chiave.

  • Benchmark –> Replica passiva e lineare
  • Capitale Protetto/Capitale Garantito –> Protezione del capitale e possibilità di incassare cedole condizionate o premi fissi
  • Bonus/Cash Collect/Express –> Protezione condizionata
  • Digital/ Cash Collect / Phoenix –> Flusso cedolare
  • Express / Cash Collect –> Possibilità di richiamo anticipato del prodotto da parte dell’emittente al verificarsi di determinate condizioni di prezzo
  • Softcallable –> Possibilità di richiamo anticipato discrezionale da parte dell’emittente
  • Leva fissa –> Leva costante per tutta la vita del certificato
  • Minifuture –> Leva dinamica
  • Outperformance –> Partecipazione con leva più che proporzionale alla performance del sottostante
  • Twin win –> Guadagno bidirezionale (entro determinati livelli di ribassi)

Quando acquistiamo un certificato, acquistiamo quindi una strategia che viene strutturata servendosi di alcune opzioni che investono sul sottostante. Gli emittenti comprano, o se preferite “negoziano”, queste opzioni in un mercato OTC (Over The Counter), un mercato non regolamentato.

La strategia operativa messa in piedi da queste opzioni viene “cartolarizzata” e negoziata sul SeDeX o sul Cert-X per un rendimento a scadenza. Un Bonus Cap per esempio si costruisce comprando una opzione call ed una put e vendendo una call. Vediamo ora come si confezionano e come funzionano i certificates.

Come nascono e funzionano i certificates

Vediamo altri dettagli sulla struttura dei certificates, partendo dalla loro creazione e dalla successiva emissione.

Emittente e strutturatore

All’inizio entra in gioco l’emittente, di solito una banca che garantisce cedole e rimborsi. L’emittente procede prima di tutto all’analisi di mercato per verificare che cosa il mercato e la clientela richieda. Quando il certificato è pronto l’emittente lo può vendere direttamente agli investitori istituzionali senza immetterli nel mercato, come invece devono fare i piccoli risparmiatori che possono acquistarli nelle loro banca.

certificati di investimento

Verificata in primis la forte domanda su un tipo di sottostante, si passa alla vera e propria costruzione che è affidata ad uno “strutturatore”, cioè a colui che assembla le opzioni in una struttura solida ed efficace. Questa figura umana viene sempre più sostituita da piattaforme tecnologiche molto avanzate che selezionano rapidamente e combinano gli strumenti più adatti misurando anche i minor costi possibili. Ciò aiuta la grande produzione di certificates per ogni esigenza.

Per verificare la solidità dell’emittente si può valutare il giudizio delle principali agenzie di rating, cioè S&P Global Rating, Moody’s e Fitch. Quasi tutte le emittenti hanno un rating ed offrono quindi garanzie in termini di solidità patrimoniale.

Il trader specialista

Per valutare completamente il nuovo certificato c’è bisogno poi del trader che garantisce la copertura del rischio e opera come “specialista” e market maker del certificati sul mercato. Non è un compito facile, ma nel valutare ogni giorno volatilità e greche delle opzioni si avvale di sofisticati software tecnici che lo aiutano a coprire il rischi operativo e rendono sicuro il pagamento delle cedole, bonus etc..

La Rete

Il certificato pronto, strutturato e appetibile viene distribuito da una rete, un intermediario finanziario che procede alla proposta di vendita. Per questo riceve una (alta) commissione che è compresa nel prodotto strutturato e viene pagata dal cliente. Le reti più avanzate, per vendere senza problemi, selezionano i certificati e chiedono specifici prodotti strutturati a più emittenti.

Il consulente ed il risparmiatore

Siamo all’ultimo step; il consulente finanziario consiglia al risparmiatore il miglior certificato per la propria pianificazione finanziaria ed il proprio portafoglio; da parte sua il risparmiatore vorrà ottenere rendimento, un certo flusso di cedole, oppure usufruire di uno dei maggiori vantaggi dei certificati: recuperare le minusvalenze.

Abbiamo visto come funzionano i certificates, perché investire con i certificati, come nascono e come vengono immessi nel mercato. Alla fine si può considerare che molto spesso investire in un certificato permette di essere sottoposti ad un rischio inferiore ad un investimento sul sottostante.

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Perché investire con i Certificates? https://www.investire-certificati.it/perche-investire-con-i-certificates/ Fri, 18 Aug 2023 10:34:55 +0000 https://www.investire-certificati.it/?p=29085 Conviene investire con i certificati? Perché molti investitori scelgono di investire con i certificates? In questo articolo ci soffermiamo sulle ragioni per cui può essere conveniente investire con i certificati in borsa e sui loro vantaggi. Focus anche sui rischi di questi prodotti finanziari. Pro e contro dei certificati di investimento. Conviene investire con i […]

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Conviene investire con i certificati? Perché molti investitori scelgono di investire con i certificates? In questo articolo ci soffermiamo sulle ragioni per cui può essere conveniente investire con i certificati in borsa e sui loro vantaggi. Focus anche sui rischi di questi prodotti finanziari. Pro e contro dei certificati di investimento.

Conviene investire con i certificati?

Partiamo da una definizione di certificates. I certificati di investimento, denominati anche investment certificates, sono derivati cartolarizzati quotati in borsa come normali azioni. Il loro rendimento è legato all’andamento del sottostante, solitamente un’azione o un paniere di titoli azionari. Sono emessi da grandi banche o emittenti specializzati, che si occupano anche di garantire la liquidità del prodotto.

Troviamo su Borsa Italiana numerose tipologie di certificates. I più comuni sono quelli con cedole condizionate e protezione del capitale condizionato ad un livello barriera.

Sono poi quotati i bonus cap ed i top bonus certificates, prodotti che prevedono un premio se alla scadenza i sottostanti si trovano sopra la barriera (o se non la toccano per l’intera vita del prodotto nel caso dei bonus cap). Numerosi prodotti finanziari, poi, offrono anche la protezione parziale o totale del capitale. Per esempio, l’investitore può avere la garanzia di incassare almeno il 90 o il 95% del capitale investito, a fronte di rendimenti inferiori (certificati a capitale protetto). Ci sono anche certificates a capitale interamente protetto, con la garanzia di ricevere a scadenza almeno il 100% del valore nominale del prodotto.

investire con i certificates
Investire con i certificati

Anche i certificates possono prevedere la leva finanziaria, come nel caso dei certificates turbo o dei minifutures. La loro funzione può essere speculativa o di copertura del portafoglio finanziario. Tendenzialmente sono più rischiosi, per la presenza della leva che amplifica eventuali profitti o perdita. Da notare come la leva può essere fissa o variabile, in base alla tipologia di certificates selezionata.

Ogni certificato di investimento, così come ogni altro prodotto finanziario regolamentato, è indicato con uno specifico codice ISIN distintivo.

Quanto rende investire con i certificates?

Il rendimento che si può ottenere con i certificati di investimento è decisamente variabile da prodotto a prodotto. Tendenzialmente con un profilo di rischio intermedio si può puntare ad un 10-12% annuo. Con certificates maggiormente aggressivi o prodotti comprati in fasi di maggiore volatilità si può puntare anche ad un rendimento del 12-15% annuo. Sono tuttavia molti i fattori da valutare ed il rendimento reale lo si conoscerà soltanto al termine dell’investimento. Eventuali crolli di borsa potrebbero compromettere l’intera pianificazione, determinando una perdita.

Operativamente, Nel caso dei certificati con cedola si varia da prodotti conservativi con un rendimento potenziale fra il 5 e l’8% annuo, legati a indici o sottostanti poco volatili, spesso con barriere profonde. Troviamo poi certificates con rendimenti che potremmo definire intermedi, fra il 9-10% ed il 12% annuo. Al crescere del rischio salirà anche il rendimento potenziale, con certificati ad alto rendimento potenziale, indicativamente fra il 15 ed il 30% annuo. Per esempio un certificato con cedole del 2% mensile può essere considerato ad alto rendimento potenziale. Al tempo stesso sarà legato a sottostanti decisamente più volatili rispetto ad un certificato che paga cedole mensili dello 0,5%, con un rendimento potenziale del 6%.

Con i certificati a capitale protetto il rendimento può essere determinato da una cedola condizionata o dalla partecipazione al movimento del sottostante, qualora positivo. Nel primo caso il rendimento può essere potenzialmente anche elevato (spesso fino a un cap, ossia un tetto limite), nel secondo è più contenuto. Con i turbo certificates e i minifutures si effettuano operazioni con la presenza della leva finanziaria. Rischio e rendimento potenziale sono decisamente più alti (entrambi).

Quindi, perchè investire con i certificates? In estrema sintesi per ottenere un rendimento significativo, in grado di proteggere il capitale dalla perdita di potere di acquisto derivante dall’inflazione e possibilmente anche per batterla.

I Vantaggi dei certificati di investimento

Vediamo di seguito alcuni dei vantaggi dei certificati da investimento. Fra questi vale senz’altro la pena ricordare la possibilità di diversificare il portafoglio, la molteplicità di strutture offerte e l’efficienza fiscale. Il tutto senza dimenticare un rendimento potenzialmente asimmetrico, che in taluni casi può essere positivo anche in caso di ribassi dei sottostanti.

Diversificare il portafoglio

I certificati di investimento permettono di diversificare il portafoglio. Possono essere scritti su singole azioni, così come su indici di borsa, panieri di azioni, materie prime, tassi di interesse o coppie di valute.

Permettono agli investitori di puntare su strumenti finanziari altrimenti non sempre facilmente raggiungibili, come nel caso dei tracker certificates. Con i mini futures, poi, è possibile svolgere la funzione di copertura del portafoglio (hedging).

Conviene comprare i certificates quando la borsa sale?

I certificates possono far fronte a varie logiche di investimento. Possono essere utili per chi punta sul rendimento, per chi non vuole rinunciare a cedole mensili o trimestrali, per chi vuole un’ampia protezione del capitale. Possono essere utili sia in fasi rialziste che in fasi ribassiste. Nel caso in cui il mercato salga, i certificati di investimento pagheranno le cedole dovute prima di potenzialmente andare in autocall (richiamo anticipato), qualora previsto.

In caso di moderati ribassi, a patto che questi non superino le barriere, i certificates continueranno a pagare le cedole, offrendo anche la protezione del capitale. Perché comprare i certificates? Ecco quindi un’altra risposta. In caso di moderati ribassi i certificati hanno un andamento asimmetrico rispetto a quello dei sottostanti.

Poniamo per esempio il caso in cui un certificato abbia una barriera del 50% ed il sottostante scenda del 35%. L’investitore incasserebbe le cedole ed avrebbe un rendimento positivo pur avendo puntato su un’azione o indice di borsa che ha perso.

Certificati a capitale protetto

Perchè investire con i certificates? Una ragione senz’altro interessante è presente anche per i profili di rischio più conservativi ed è la presenza di prodotti a capitale protetto. In questo caso il capitale è protetto indipendentemente dall’andamento dei sottostanti. La protezione è garantita a scadenza, salvo solvibilità dell’emittente. Il certificato permette all’investitore di ottenere premi condizionati o di partecipare ai rialzi di un determinato indice (o azione), senza essere però colpiti da eventuali perdite.

Efficienza fiscale

La tassazione sui certificates, così come per le azioni, i CFD e tutti i principali strumenti finanziari tranne i Titoli di Stato, è al 26%. Va ricordato che i certificati di investimento sono strumenti finanziari caratterizzati da un’elevata efficienza fiscale. Permettono infatti di recuperare eventuali minusvalenze pregresse.

minusvalenze
Come recuperare le minusvalenze?

Da notare come sia possibile recuperare minusvalenze sia con profitti derivanti da capital gain che con l’incasso delle cedole periodiche. In altre parole, sia rivendendoli ad un prezzo più alto di quello cui li si aveva acquistati, che tramite i premi mensili o trimestrali incassati. Ecco quindi spiegata l’efficienza fiscale dei certificates.

Tobin Tax

La Tobin Tax nei certificati di investimento è decisamente più leggera rispetto a quella dell’azionario e dei CFD su azioni italiane.  Questo è un altro vantaggio dei certificates.

Si applica solo certificates che hanno per sottostante azioni italiane quotate a Piazza Affari con capitalizzazione superiore ai 500 milioni. Nel caso di un certificato su indici, la Tobin Tax è dovuta soltanto se l’indice è italiano. La si paga quindi se il sottostante è il FTSE Mib. Non si applica invece su azioni straniere, come Amazon, Tesla o Netflix o su indici stranieri come Dax, S&P 500 o Nasdaq.

Tobin Tax su certificati legati ad azioni italiane

Ecco una tabella sintetica di quanto incide la Tobin Tax su certificati legati ad azioni con con capitalizzazione superiore a 500 milioni di euro. Le transazioni su mercati regolamentati, come il SeDex ed EuroTLX beneficiano di uno sconto dell’80%. Si pagano quindi in misura pari al 20%.

Controvalore dell’operazioneTobin tax dovuta
da € 0,01 – 2.500€ 0,125
€ 2.500 – 5.000€ 0,25
€ 5.000 – 10.000€ 0,5
€ 10.000 – 50.000€ 2,5
€ 50.000 – 100.000€ 5
€ 100.000 – 500.000€ 25
€ 500.000 – 1.000.000€ 50
Oltre € 1.000.000€ 100

Rischi dei certificati di investimenti

Abbiamo visto perché comprare ed investire con i certificates. Vale ovviamente la pena ricordare, se mai necessario, che i certificati di investimento non sono esenti da rischi. In primo luogo, salvo i certificati a capitale protetto, è presente un rischio di prezzo. Nel caso in cui il sottostante abbia una performance negativa, scendendo sotto barriera, l’investitore potrebbe incappare in una perdita (parziale o totale nel caso di fallimento di un’azione sottostante).

Certificates
Certificates

Ci sono alcune strutture, come i certificati con cedola fissa garantita o i certificates con airbag che mitigano questo rischio. Chiaramente rischio e rendimento andranno sempre di pari passo. Al crescere del rischio stimato salirà il rendimento. Per contro, strutture con un minore rischio offriranno un minore rendimento potenziale per l’investitore.

Rischio emittente

Inoltre, è presente anche rischio emittente. Si tratta di un fattore spesso sottovalutato, anche se la maggior parte delle aziende che emettono certificates sono decisamente solide, con ampia capitalizzazione e solidi rating. Ecco un link con la lista dei principali emittenti e dei loro rating, qualora presenti.

Nel caso in cui l’azienda, spesso una banca, che ha emesso il certificato di investimento dovesse andare incontro a ristrutturazione o fallimento, l’investitore potrebbe incorrere in una perdita. Infatti, l’emittente potrebbe non essere in grado di far fronte ai propri obblighi contrattuali.

Emittenti di certificates

Chi produce ed emette in Borsa un certificato? I certificati sono creati da grandi banche, come Unicredit, BNP Paribas, Banca Intesa Sanpaolo, Banca Akros o Goldman Sachs. Troviamo poi solide società finanziarie come Vontobel, Marex e Leonteq, attive nell’emissione di prodotti quotati su Borsa Italiana.

Liquidità in borsa

Il tema liquidità nel mondo dei certificates non è da trascurare. Alcune emittenti tendono ad essere maggiormente presenti sul book e con spread decisamente competitivi. Altre, invece possono essere maggiormente assenti o offrire spread più alti. Una differenza più ampia fra domanda e offerta, ossia uno spread più alto, può significare un costo più alto per chi compra certificates. Anche questi sono fattori da considerare nella scelta del certificato di investimento e dell’emittente da prediligere.

Durata dei certificates

C’è poi anche un rischio duration, legato alla durata del prodotto. Per esempio, un certificato a capitale protetto con scadenza 8 anni potrebbe scendere sotto la pari anche in maniera significativa durante la sua vita se i tassi di interesse dovessero salire.

Un ulteriore aspetto riguarda la loro liquidità. Nel caso in cui l’emittente li mettesse in bid only la liquidità in acquisto non sarebbe garantita. Gli spread potrebbero allargarsi, anche sensibilmente.

Certificati di investimento e dividendi

Quando si acquista un certificato di investimento su un titolo azionario o su un indice di borsa non si incassano i dividendi pagati al possessore dell’azione o di un ETF sull’indice. Tramite essi l’emittente riesce a creare i margini per strutturare il prodotto finanziario e collocarlo in borsa. Certo, si rinuncia all’incasso del dividendo, ma le cedole pagate dai certificates spesso sono decisamente più alte dei potenziali dividendi (qualora pagati).

Conclusioni: Perché investire con i certificates?

Abbiamo visto perché comprare certificates, così come i loro rischi. Per una guida sui certificates riportiamo l’articolo tematico, con le FAQ sui certificates. Altri approfondimenti nel glossario dei certificati e nel libro gratuito sui certificates.

Il presente articolo è redatto a fine informativo e non rappresenta in alcun modo consulenza o sollecito all’investimento in borsa. I certificates sono prodotti complessi ed il capitale è a rischio.

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Cedola Condizionata https://www.investire-certificati.it/cedola-condizionata/ Wed, 09 Aug 2023 08:38:00 +0000 https://www.investire-certificati.it/?p=28985 Cosa vuol dire cedola condizionata? Nei certificati di investimento ed anche nelle obbligazioni si parla spesso di cedole condizionate (o premi condizionati). Ecco un approfondimento sul tema, ripartendo dal concetto di cedola, per vedere la differenza fra una cedola fissa ed una condizionata. Cosa sono le cedole? Le cedole rappresentano la remunerazione dell’investitore nei certificati […]

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Cosa vuol dire cedola condizionata? Nei certificati di investimento ed anche nelle obbligazioni si parla spesso di cedole condizionate (o premi condizionati). Ecco un approfondimento sul tema, ripartendo dal concetto di cedola, per vedere la differenza fra una cedola fissa ed una condizionata.

Cosa sono le cedole?

Le cedole rappresentano la remunerazione dell’investitore nei certificati di investimento e nelle obbligazioni. Tecnicamente per i certificates sarebbe corretto parlare di premi, lasciando il termine cedole alle obbligazioni. Oggi giorno, però, la dicitura cedola è ampiamente utilizzata anche per i certificates. Talvolta oltre a “premio”, si utilizza anche “importo bonus”.

Cedola Condizionata

Quando si parla di cedole condizionate? Da definizione una cedola è condizionata quando il suo pagamento è legato al verificarsi di determinate condizioni di prezzo.

Per esempio, nel caso in cui vi sia una barriera cedolare del 60%, il certificato pagherà la cedola del periodo a patto che il sottostante si trovi sopra tale livello. Nel caso in cui l’azione sottostante alla data di rilevazione si trovi al 55% del prezzo iniziale, la cedola condizionata non sarà pagata.

Cedole condizionate a memoria

Nell’ipotesi in cui l’azione o l’indice sottostanti si trovino sotto il livello barriera, non sarà pagato il coupon. In molti certificati, però, è presente l’effetto memoria delle cedole. Se un premio non viene pagato può essere recuperato in una successiva finestra cedolare nel caso in cui il sottostante si trovi nuovamente sopra il livello barriera. Qualora le cedole condizionate portate a memoria fossero più di una, sarebbero pagate tutte in un’unica soluzione. In sintesi, è possibile portare a memoria anche più di una cedola condizionata.

L’effetto memoria delle cedole è particolarmente utile soprattutto nei certificates con una vita lunga. Permette di assorbire al meglio eventuali turbolenze temporanee sui mercati. per esempio, dopo il crollo del marzo 2020 derivante dalla pandemia del Covid, i mercati azionari hanno messo a segno un poderoso recupero.

In molti certificates le cedole condizionate di quei mesi non erano state pagate, in quanto le azioni o gli indici sottostanti si trovavano sotto le rispettive barriere. Il successivo recupero in molti casi ha permesso agli investitori di ottenere il pagamento delle cedole precedentemente non pagate (quanto i sottostanti sono tornati sopra barriera e quando era presente l’effetto memoria).

Cedole fisse

Certificati Cedole Fisse

Cosa sono invece le cedole fisse? Si parla di cedole fisse quando il loro pagamento è slegato dall’andamento dei sottostanti cui il certificato fa riferimento. In questi prodotti le cedole sono quindi pagate incondizionatamente. Talvolta si parla anche di cedole garantite, in quanto il loro pagamento non è condizionato ad un predeterminato livello di prezzo dei titoli cui fa riferimento il certificato.

Chiaramente la garanzia di incassare le cedole previste dal certificato tenderà ad abbassare in rendimento potenziale del certificato. Al tempo stesso, qualora le cose andassero male, l’investitore avrebbe la garanzia di incassare un numero prestabilito di cedole. Le cedole fisse, a differenza delle cedole condizionate, forniscono quindi una sorta di cuscinetto protettivo per l’investitore, il tutto determinando un rendimento leggermente inferiore.

Cedole condizionate e cedole fisse

In un certificato possono essere presenti sia cedole condizionate che cedole fisse. Capita questo scenario a volte nei certificati con maxicedola, dove il premio iniziale è garantito, mentre le successive cedole sono condizionate. Altre volte troviamo le prime 3 o 6 cedole fisse garantite, seguite da cedole condizionate ad un determinato livello barriera.

Da notare come il livello barriera cedolare possa essere diverso dalla barriera capitale. Per esempio potremmo avere una barriera capitale del 50% ed una barriera per le cedole condizionate posizionata al 60%.

Periodicità

Le cedole possono avere varie periodicità. Solitamente sono mensili o trimestrali, ma non mancano i certificates con cedole semestrali o annuali. Recentemente Leonteq ha introdotto certificates con cedola settimanale. Per quanto riguarda le obbligazioni, invece, le cedole sono di norma pagate su base semestrale (come nel caso dei BTP, i buoni del Tesoro Poliennali) o su base annuale. In alcuni casi troviamo cedole trimestrali, come nelle recenti obbligazioni di BNP Paribas.

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