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Come funzionano i certificati softcallable? La caratteristica centrale dei certificates softcallable è legata al richiamo del prodotto, che può avvenire a completa discrezione dell’emittente, ma soltanto in una serie di date prefissate. Questo meccanismo può quindi accorciare – anche significativamente – la vita complessiva del prodotto finanziario.

Si tratta quindi di una variazione dei tradizionali autocallable dove il richiamo è legato a determinate condizioni di prezzo. Nel caso dei certificati softcallable l’emittente ha il diritto, ma non l’obbligo, di richiamare un certificato dopo un certo numero di mesi o anni a sua completa discrezione. 

Se il prodotto viene richiamato l’investitore incassa il rimborso dell’intero nominale e di tutte le cedole dovute fino a quel momento. Solitamente sono garantiti almeno 3 mesi (o più, spesso 6) senza che questa opzione possa essere attivata dall’emittente.

Certificates con softcallability: pro e contro

guida certificates

Perché sono emessi certificati con opzione del richiamo discrezionale? La softcallability permette all’emittente di offrire rendimenti leggermente superiori a quelli di un certificato che non ha questa caratteristica. Parliamo, nella maggior parte dei casi, di 1-2 punti percentuali lordi – grosso modo – in più su base annua. Ogni mese si può quindi ricevere 0,10%, talvolta 0,15% e su prodotti volatili magari anche 0,20% in più. Ecco, quindi, il proliferare di questi prodotti, su SeDex ed Euro TLX, i mercati dei certificati di investimento su Borsa Italiana.

Per l’investitore si ha quindi un vantaggio in termini di rendimento potenziale, a fronte della rinuncia a conoscere in anticipo quella che sarà la durata reale del prodotto (fatta salva la scadenza massima del certificato, sempre fissata alla nascita del derivato).

Se i tassi scendessero e l’emittente richiamasse il prodotto per l’investitore ci sarebbe anche il rischio di reinvestimento (potenzialmente a tassi inferiori). Da notare come l’emittente potrebbe tenere in vita un certificato anche a fronte di rialzi corposi dei sottostanti. Per contro, potrebbe richiamare un prodotto con dei sottostanti sotto i prezzi iniziali. Tutto dipenderà dal costo di finanziamento del certificato per l’emittente stessa.

Sono meglio i certificates softcall o autocall?

Meglio i certificates autocall o softcall? Non c’è una risposta univoca, dipende quello che l’investitore cerca. Se si vuole maggiore certezza sulle modalità di rimborso anticipato ovviamente i certificates con autocall sono più indicati. Per contro, i softcall possono offrire un rendimento leggermente superiore a parità delle altre condizioni. La risposta dipende quindi da quello che l’investitore cerca.

Certificati e obbligazioni softcallable

Da notare come possano esserci anche obbligazioni softcallable. Pertanto, l’emittente del bond avrebbe la possibilità di richiamare l’obbligazione dopo un certo periodo di tempo, in base a quanto definito in fase di emissione. Per esempio, un bond potrebbe avere scadenza massima dieci anni ma possibilità di richiamo anticipato a partire dal secondo anno di vita in poi (oppure dal terzo, in base a come definito in fase di emissione). Leggere KID e prospetto informativo è quindi fondamentale per capire il funzionamento di questi prodotti finanziari.

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Come leggere un KID senza perdere dettagli cruciali https://www.investire-certificati.it/come-leggere-un-kid-senza-perdere-dettagli-cruciali/ Sun, 13 Sep 2026 16:24:35 +0000 https://www.investire-certificati.it/?p=45288 Cosa è il KID e come leggerlo? Quando si valuta un certificato d’investimento – e più in generale un prodotto finanziario – il primo documento da leggere con attenzione non dovrebbe essere la brochure commerciale, ma il KID. È lì che si trovano le informazioni essenziali su rischi, scenari di rendimento, costi e meccanismo del […]

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Cosa è il KID e come leggerlo? Quando si valuta un certificato d’investimento – e più in generale un prodotto finanziario – il primo documento da leggere con attenzione non dovrebbe essere la brochure commerciale, ma il KID. È lì che si trovano le informazioni essenziali su rischi, scenari di rendimento, costi e meccanismo del prodotto.

Il problema è che il KID, pur essendo pensato per aiutare l’investitore, spesso viene letto in modo frettoloso oppure solo in parte. Si guarda la cedola, magari il nome del prodotto, e si salta direttamente alla promessa di rendimento. Ma un certificato non si capisce davvero così: bisogna leggere le sezioni giuste, nel modo giusto. Il linguaggio del KID è spesso tecnico, ma è fondamentale consultarlo.

In questa guida vediamo come leggere un KID senza perdersi i dettagli cruciali, distinguendo tra le parti che contano davvero e quelle che, se interpretate male, possono creare confusione.

Cos’è il KID e perché è importante

Il KID, acronimo di Key Information Document, è il documento informativo previsto dal Regolamento (UE) n. 1286/2014, noto anche come regolamento PRIIPs, per i prodotti d’investimento al dettaglio e assicurativi preassemblati. L’obiettivo della normativa è quello di fornire all’investitore retail un’informativa standardizzata, sintetica e confrontabile, capace di spiegare in modo chiaro le principali caratteristiche del prodotto, i rischi, i costi e i possibili scenari di rendimento.

Nel caso dei certificati d’investimento, il KID è uno strumento essenziale perché permette di comprendere, con un linguaggio uniforme, come funziona il prodotto e quali conseguenze può avere per l’investitore in condizioni di mercato favorevoli, sfavorevoli o estreme. Non si tratta quindi di un documento promozionale, ma di una scheda regolamentare pensata per aiutare chi investe a valutare se il prodotto sia coerente con i propri obiettivi, la propria capacità di sopportare perdite e il proprio orizzonte temporale.

Proprio per questo il KID non va letto come una semplice formalità, ma come il punto di partenza per capire davvero la struttura del certificato. In un mercato in cui prodotti simili possono avere meccanismi molto diversi, il KID è spesso il documento che consente di distinguere un rendimento solo potenziale da un profilo di rischio concreto.

Le informazioni da cercare subito

Spesso il primo orientamento arriva già dal nome del certificato, che può suggerire alcune indicazioni utili sulla sua struttura. Tuttavia, per capire davvero come funziona il prodotto, non basta fermarsi alla denominazione: il nome offre un indizio, ma è il KID che permette di verificare se quell’indizio corrisponde davvero al meccanismo del certificato.

Per questo, quando si apre un KID per la prima volta, non bisogna leggerlo tutto con la stessa attenzione. Alcuni elementi sono più importanti di altri perché permettono di capire rapidamente la natura del prodotto e il suo profilo di rischio. Per orientarsi meglio, può essere utile distinguere tra informazioni essenziali e informazioni pratiche.

Informazioni essenziali

Sono quelle che servono a capire davvero come funziona il certificato:

  • chi è l’emittente
  • quali sono il sottostante o i sottostanti
  • che tipo di certificato è (la struttura)
  • se è previsto l’autocall
  • come funziona la cedola
  • quali sono le barriere e le soglie rilevanti
  • cosa succede a scadenza
  • se il capitale è protetto, condizionatamente protetto o esposto al rischio di perdita
  • quale rischio sintetico viene attribuito

Informazioni pratiche nel KID

Sono quelle che aiutano a valutare l’accessibilità del prodotto e la sua gestione operativa:

  • qual è il taglio minimo investibile
  • quali sono i costi
  • come avviene la negoziazione del certificato
  • quanto è facile rivenderlo prima della scadenza
  • su quale mercato è eventualmente quotato
  • se la vendita anticipata può avvenire a condizioni penalizzanti

Questi elementi sono il “cuore” del documento. Se non sono chiari, il prodotto non è ancora stato capito davvero.

Le sezioni del KID che fanno davvero la differenza

L’obiettivo del prodotto

La prima sezione da osservare è quella che descrive l’obiettivo del certificato. Qui si capisce, in modo generale, quale funzione il prodotto vuole svolgere: generazione di reddito, esposizione a un sottostante, protezione condizionata del capitale, partecipazione a un trend, e così via.

Nei certificati più comuni si possono incontrare strutture molto diverse. Alcuni puntano a offrire pagamenti periodici, anche grazie a una cedola incondizionata o a una cedola condizionata con effetto memoria. Altri privilegiano il richiamo anticipato automatico, mentre altri ancora concentrano tutto il rischio finale sulla tenuta di uno o più sottostanti a scadenza.

Questa parte è importante perché aiuta a collocare subito il certificato nel suo contesto. Un prodotto pensato per distribuire premi periodici ha una logica diversa rispetto a un certificato che punta a una crescita più dinamica o a un rimborso anticipato.

L’indicatore di rischio

Uno degli elementi più osservati del KID è l’indicatore sintetico di rischio. Si tratta di una scala che mostra, in modo semplificato, il livello di rischio del prodotto.

È utile, ma non va preso da solo come giudizio definitivo. In alcuni casi il rischio sintetico si colloca su livelli elevati, come 6 su 7, segnalando una struttura che può esporre l’investitore a perdite importanti in caso di andamento sfavorevole dei sottostanti. In altri casi il prodotto viene classificato su livelli più intermedi, come 4 su 7, ma questo non significa che il certificato sia “tranquillo”: vuol dire solo che, secondo la metrica sintetica, il rischio complessivo appare meno estremo.

Il punto è capire da cosa deriva quel rischio: dal sottostante, dal numero di sottostanti, dall’effetto worst-of, dal livello di barriera, dal prezzo di acquisto, dall’emittente o da una combinazione di questi elementi.

Gli scenari di performance

Questa è una delle sezioni più importanti del KID. Gli scenari mostrano cosa potrebbe accadere al prodotto in diverse condizioni di mercato: scenario favorevole, moderato, sfavorevole e, spesso, scenario di stress.

azioni

Qui l’errore più comune è leggere gli scenari come se fossero previsioni. In realtà non dicono “cosa accadrà”, ma “cosa potrebbe accadere” in ipotesi differenti. Sono quindi un esercizio di lettura del rischio-rendimento, non una promessa.

In alcuni KID si vede chiaramente che uno scenario favorevole può corrispondere a un rimborso superiore al capitale investito, mentre nello scenario sfavorevole o di stress il capitale può ridursi sensibilmente, anche fino a livelli molto bassi. In altri casi, soprattutto nei certificati con autocall, lo scenario può apparire positivo perché ipotizza un richiamo anticipato, ma questo non va confuso con la certezza di ottenere quel risultato. Al tempo stesso sono presentati anche scenari decisamente negativi.

Gli scenari servono soprattutto a rispondere a una domanda: quanto può guadagnare o perdere l’investitore se il mercato va bene, male oppure molto male? D’altronde con gli investimenti finanziari è possibile guadagnare ma anche perdere denaro.

Lo stress scenario

Molti investitori guardano solo lo scenario moderato o quello favorevole. In realtà, lo stress scenario è spesso quello più utile per capire la fragilità del prodotto.

Questa parte mostra cosa potrebbe accadere in condizioni particolarmente avverse. Non significa che lo scenario sia probabile, ma serve a ricordare che il mercato può muoversi anche in modo molto sfavorevole e che un certificato può reagire peggio di quanto si immagini leggendo soltanto la cedola.

In alcuni prodotti, lo stress scenario evidenzia perdite molto marcate già nel caso di mantenimento fino alla scadenza o di uscita anticipata. Questo è un segnale importante: anche strutture che sembrano semplici possono nascondere una forte esposizione al ribasso.

I costi

Il capitolo dei costi è spesso sottovalutato, ma è fondamentale. Un certificato può sembrare interessante a prima vista, ma i costi possono incidere sul rendimento effettivo in modo significativo.

Nel KID i costi vengono mostrati in forma sintetica, proprio per aiutare il confronto tra prodotti diversi. In alcuni casi il costo complessivo appare contenuto in rapporto al prezzo nominale, ma il vero punto non è solo vedere “quanto costa”: bisogna capire se il costo è coerente con la struttura, il livello di protezione e il potenziale rendimento del prodotto.

Il meccanismo di rimborso

Nei certificati, capire il meccanismo di rimborso è essenziale. È qui che si vede come e quando il prodotto può essere rimborsato, quali condizioni possono far scattare un rimborso anticipato, cosa succede se il sottostante scende sotto determinate soglie e come viene trattato il capitale a scadenza.

Questa sezione spesso contiene la chiave per interpretare davvero il certificato. Due prodotti possono avere una cedola simile, ma meccanismi di rimborso completamente diversi. Ed è proprio lì che si nascondono differenze importanti di rischio.

Per esempio, in alcuni casi il rimborso anticipato scatta se il sottostante o il worst-of si trova al di sopra di una determinata soglia in una data di osservazione mensile. In altri casi il prodotto paga una cedola condizionata con memoria, e le cedole eventualmente non pagate possono essere recuperate solo se in una data successiva si verificano le condizioni previste. In altri ancora esiste una cedola incondizionata, che rende il flusso cedolare più regolare ma non elimina il rischio di mercato.

Le trappole più comuni nella lettura del KID

Alcune parti del KID sono tecniche e possono essere lette in modo superficiale, generando equivoci.

Scenari non uguali a probabilità

Uno degli errori più frequenti è confondere gli scenari con delle probabilità implicite. Non è così: gli scenari servono a mostrare il possibile comportamento del prodotto in contesti diversi, non a dire quanto sia probabile ciascun esito.

Cedola non uguale a rendimento certo

Un’altra confusione classica riguarda la cedola. Vedere una cedola interessante non significa avere un rendimento garantito. Bisogna sempre capire a quali condizioni quella cedola viene pagata e se esistono ostacoli lungo il percorso.

Alcuni prodotti pagano una cedola solo se il sottostante, o il peggiore tra più sottostanti, resta sopra una barriera cedolare. In altri casi la cedola è incondizionata, ma il prodotto compensa questo aspetto con una struttura più esposta al rischio finale. In ogni caso, la cedola va letta insieme al resto del meccanismo, non isolatamente.

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Barriere, trigger e livelli tecnici

Le parole “barriera”, “trigger”, “autocall” e simili possono sembrare solo tecnicismi, ma in realtà cambiano profondamente il profilo del prodotto. Un investitore dovrebbe capire non solo cosa significano, ma anche quando entrano in gioco e con quali effetti.

Ad esempio:

  • una barriera cedolare può influenzare il pagamento periodico;
  • una barriera di rimborso anticipato può far terminare prima il prodotto;
  • una barriera finale può incidere sul capitale restituito a scadenza.

In più, quando il prodotto è su più sottostanti, spesso entra in gioco la logica del worst-of: basta il peggiore dei sottostanti a determinare l’esito dell’investimento.

L’effetto airbag: attenuazione, non protezione

Un altro elemento da osservare con attenzione è l’eventuale effetto airbag. In alcuni certificati, infatti, il rimborso finale non segue in modo lineare la performance negativa del sottostante, ma prevede un meccanismo che attenua la perdita oltre una certa soglia. Questo può rendere il prodotto meno penalizzante in caso di ribassi marcati, ma non equivale a una vera protezione del capitale.

È importante non confondere l’airbag con una garanzia: in genere si tratta di un meccanismo che riduce l’impatto della discesa del sottostante, non che lo elimina. Per questo il KID va letto con attenzione, per capire se l’airbag esiste davvero, a quali condizioni entra in funzione e quanto incide sul rimborso finale.

Worst-of: un dettaglio che cambia tutto

È una delle sezioni più importanti da non sottovalutare. Se un certificato è legato a più titoli e utilizza la logica worst-of, l’andamento del sottostante più debole diventa decisivo. Anche se tre titoli tengono bene, il quarto può compromettere pagamento di cedole, autocall e rimborso finale.

Per questo motivo, quando si legge un KID, non basta vedere quanti sottostanti ci sono. Bisogna capire come vengono osservati e quale sottostante determina il risultato.

Linguaggio standardizzato, interpretazione complessa

Il KID è costruito con un linguaggio standard, ma standard non significa semplice, anzi… Alcune formule sintetizzano concetti complessi e possono dare l’impressione di una chiarezza maggiore di quella che c’è davvero. Per questo è bene leggere con attenzione anche le note e le condizioni operative.

Gli errori più comuni nella lettura del KID

Ecco alcuni errori che possono accadere (oltre a dimenticarne la lettura completamente del KID):

  • guardare solo la cedola;
  • ignorare il rischio emittente;
  • non leggere lo stress scenario;
  • non capire se il capitale è protetto;
  • non verificare le condizioni di autocall o di barriera;
  • confondere rendimento potenziale e rendimento atteso;
  • sottovalutare i costi del prodotto di investimento;
  • fermarsi alla sintesi senza leggere le note operative;
  • non considerare il numero di sottostanti e la logica worst-of;
  • trascurare il fatto che un prezzo sopra la pari cambia il rendimento effettivo.

Basta uno solo di questi errori per avere una percezione distorta del prodotto. Da ricordare, poi, come tutti i siti cerchino di fornire informazioni corrette e precise, ma l’errore è sempre dietro l’angolo. Ecco, quindi, che la lettura del KID è fondamentale.

Un esempio semplice di lettura

Immaginiamo un certificato che, a prima vista, sembra molto interessante perché prevede pagamenti periodici e la possibilità di rimborso anticipato. Se ci si ferma a questa sintesi, il prodotto appare lineare: il sottostante deve restare in una certa area e l’investitore può ricevere cedole durante la vita del certificato. Ma il KID serve a capire cosa succede davvero dietro questa apparente semplicità.

Il punto di partenza non è la cedola, ma la struttura. Bisogna prima capire se il certificato è legato a un solo sottostante oppure a più sottostanti, perché nel secondo caso l’andamento del peggiore può diventare decisivo. Da lì si passa alle condizioni di pagamento: la cedola è incondizionata oppure dipende da una soglia? Esiste la memoria? Il rimborso anticipato è automatico o solo potenziale? E soprattutto, cosa accade se le condizioni favorevoli non si realizzano?

Se il prodotto è su più sottostanti, non basta che alcuni titoli tengano bene: spesso è il peggiore a determinare l’esito dell’investimento. Se invece il prodotto ha un solo sottostante, il rischio è più facile da leggere, ma anche più concentrato. La presenza della memoria, poi, non elimina il problema: semplicemente consente di recuperare in seguito ciò che non è stato pagato prima, ma sempre entro regole ben definite.

Infine bisogna arrivare alla parte più importante: cosa succede a scadenza se il prodotto non è stato richiamato? Qui entra in gioco il livello della barriera finale e, quando previsto, l’eventuale effetto airbag. In alcuni casi la perdita può essere attenuata rispetto a un rimborso puramente lineare; in altri, invece, il capitale resta esposto in modo significativo.

Per questo il KID non va letto come una scheda commerciale, ma come una sequenza di “se” e “allora” che definisce il comportamento reale del prodotto.

Il senso di una lettura attenta

Leggere bene un KID significa andare oltre la cedola e oltre le frasi sintetiche più rassicuranti. Vuol dire capire davvero come funziona il prodotto, quali rischi comporta e quali scenari può generare.

Per un investitore in certificati, il KID non è un documento da consultare solo formalmente: è uno strumento per fare scelte più consapevoli. Le informazioni più utili non sono sempre quelle più evidenti, e spesso la differenza tra un prodotto interessante e uno rischioso sta proprio nei dettagli di struttura, nelle soglie, nel worst-of, nell’eventuale airbag e nelle condizioni di rimborso.

Se impari a leggere il KID di un certificato (e più in generale di un prodotto finanziario) con metodo, ogni certificato diventa più chiaro. E soprattutto, diventano più evidenti anche le differenze tra un prodotto apparentemente simile e uno davvero adatto alle tue esigenze.

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Delta, Vega, Theta e Gamma: le Greche nei Certificates – Guida alla valutazione dei certificati https://www.investire-certificati.it/delta-vega-theta-e-gamma-guida-alla-valutazione-di-un-certificato-greche-certificati/ Tue, 11 Aug 2026 08:44:38 +0000 https://www.investire-certificati.it/?p=44827 Focus sulle greche nei certificati di investimento Quando si parla di certificates, l’attenzione si concentra spesso su barriera, cedole, scadenza e protezione del capitale. Sono gli elementi più visibili della struttura e quelli che normalmente compaiono nelle prime righe della scheda prodotto. Dietro questi meccanismi esiste però un linguaggio più tecnico, ma fondamentale per capire […]

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Focus sulle greche nei certificati di investimento

Quando si parla di certificates, l’attenzione si concentra spesso su barriera, cedole, scadenza e protezione del capitale. Sono gli elementi più visibili della struttura e quelli che normalmente compaiono nelle prime righe della scheda prodotto. Dietro questi meccanismi esiste però un linguaggio più tecnico, ma fondamentale per capire come può evolvere il prezzo di un certificato: quello delle greche dei certificates.

Delta, Vega, Theta e Gamma descrivono la sensibilità del prodotto rispetto a diverse variabili di mercato: il movimento del sottostante, la volatilità implicita, il trascorrere del tempo e la variazione stessa della sensibilità al sottostante.

Ma quale di queste greche conta davvero quando si analizzano i certificati? E come devono essere interpretate quando il prodotto è costruito su più sottostanti? Occorre considerare un unico valore complessivo oppure la sensibilità rispetto a ciascun componente del paniere?

Analizziamo le “greche dei certificates” una alla volta, cercando di comprenderne il significato e il ruolo nella valutazione di un certificato, sia quando il prodotto è legato a un singolo sottostante sia quando è costruito su un paniere.

Le greche non sono previsioni di prezzo

Le greche non indicano quanto salirà o scenderà un certificato. Sono misure di sensibilità che aiutano a comprendere come potrebbe reagire il prezzo del prodotto, a parità delle altre condizioni.

Possono aiutare a rispondere a domande come:

  • quanto cambia il certificato se il sottostante perde il 5%?
  • cosa succede se aumenta la volatilità?
  • il passare del tempo favorisce o penalizza il prodotto?
  • quale componente del paniere determina maggiormente il rischio?
  • quanto è importante la distanza dalla barriera?
  • quanto rapidamente può cambiare l’esposizione al sottostante?

Le greche sono, quindi, uno strumento di analisi, non un modello di previsione. Il loro valore cambia nel tempo e può modificarsi rapidamente quando il sottostante si avvicina alla barriera o quando aumenta la probabilità di rimborso anticipato.

Delta: la sensibilità al sottostante

Il Delta (Δ)  misura quanto cambia il valore di un derivato quando cambia il prezzo del sottostante.

In forma semplificata: Δ=∂V/∂S
dove (V) è il valore del certificato e (S) il prezzo del sottostante.

Un Delta pari a 0,40 suggerisce che, in una determinata situazione, un rialzo dell’1% del sottostante potrebbe produrre un incremento indicativo dello 0,40% nel prezzo del certificato, trascurando gli effetti di volatilità, tempo, dividendi, spread e altri fattori.

È importante sottolineare che si tratta di un’approssimazione locale: il Delta non è necessariamente costante.

Comprendiamo il delta con un esempio

Immaginiamo un certificato Cash Collect su un indice:

  • valore nominale: 100 €;
  • indice sottostante: 10.000 punti;
  • barriera: 6.000 punti;
  • scadenza: tra 18 mesi;
  • Delta indicativo: 0,25.

Se invece l’indice scende dell’1%, il certificato potrebbe perdere indicativamente lo 0,25%, passando a 99,75 €.

Se l’indice sale dell’1%, da 10.000 a 10.100 punti, il prezzo teorico del certificato potrebbe aumentare di circa lo 0,25%, cioè da 100 a 100,25 €, a parità delle altre variabili.

Il Delta può aumentare vicino alla barriera

La relazione tra il movimento del sottostante e quello del certificato non deve essere interpretata in modo automatico. Il prezzo di mercato può infatti risentire anche della volatilità, del tempo residuo, delle cedole, dello spread denaro-lettera e delle condizioni dell’emittente.

Certificato azioni lusso

Quando il sottostante è molto distante dalla barriera, il certificato può mostrare una sensibilità relativamente contenuta, poiché il suo prezzo incorpora anche il valore della protezione condizionata e dei flussi cedolari futuri.

Se, invece, il sottostante si avvicina alla barriera, il rischio di perdita del capitale aumenta e il certificato può diventare più sensibile ai suoi movimenti, assumendo un comportamento simile a quello di un’esposizione diretta.

Consideriamo nuovamente il caso precedente di esempio dove il certificato sull’indice ha una barriera a 6.000 punti (barriera 60%):

  • a 10.000 punti, la barriera dista il 40%;
  • a 7.000 punti, la distanza scende a circa il 14%;
  • a 6.200 punti, la barriera è ormai molto vicina.

A parità degli altri fattori, una discesa dell’indice da 10.000 a 9.900 punti potrebbe avere un impatto relativamente limitato sul prezzo del certificato. Una discesa da 6.200 a 6.100 punti, invece, potrebbe incidere maggiormente sulla sua valutazione, poiché il rischio di violazione della barriera è diventato concreto.

Il Delta nei certificati con più sottostanti

Quando un certificato è collegato a più sottostanti, normalmente non esiste un unico Delta, ma una sensibilità per ciascun componente del paniere: (ΔA, ΔB, ΔC)

Per esempio, un certificato su tre azioni potrebbe presentare:

  • Delta sull’azione A: 0,10;
  • Delta sull’azione B: 0,25;
  • Delta sull’azione C: 0,05.

In questo caso, il prodotto sarebbe più sensibile ai movimenti dell’azione B.
I Delta effettivi, però, non dipendono soltanto dal peso iniziale dei sottostanti: un componente più vicino alla barriera o caratterizzato da una maggiore volatilità può avere un impatto più significativo sul valore del certificato.

Nei certificati Worst-of, il rischio si concentra sul sottostante che presenta la performance peggiore.

Se, per esempio, le azioni A, B e C segnano rispettivamente -8%, -22% e -5%, B è il Worst-of e il suo Delta sarà probabilmente il più rilevante. Se però A dovesse perdere ulteriore terreno, potrebbe diventare il nuovo Worst-of, modificando anche la distribuzione dei Delta.

È possibile calcolare un Delta aggregato, ma soltanto ipotizzando che tutti i sottostanti si muovano nella stessa direzione e nella stessa misura. Nei certificati multi-sottostante è quindi più utile osservare i Delta individuali e capire quale componente sta determinando il rischio, invece di affidarsi a un unico valore complessivo. Il tema delle greche nei certificates non è di semplice lettura, ma aiuta a capire i movimenti di prezzo di questi prodotti derivati strutturati.

Vega: la sensibilità alla volatilità

Il Vega (ν) misura quanto cambia il valore di un’opzione, e indirettamente quello del certificato, in seguito a una variazione della volatilità implicita. A differenza di Delta, Theta e Gamma, Vega non prende il nome da una lettera greca. Viene generalmente rappresentato con il simbolo ν, cioè la lettera greca nu.

In termini matematici, può essere espresso come: ν=∂V/∂σ
dove (V) rappresenta il valore dell’opzione o del certificato e (σ, sigma) la volatilità implicita.

Una maggiore volatilità implica oscillazioni attese più ampie, ma non indica la direzione del movimento. La volatilità può aumentare sia durante una fase di ribasso sia in presenza di forti rialzi o di eventi attesi dal mercato.

Vega su un singolo sottostante: un esempio numerico

Riprendiamo il certificato di esempio considerato nei paragrafi precedenti, supponiamo che l’indice rimanga fermo a 10.000 punti, mentre la volatilità implicita passi dal 25% al 30%. Il mercato si attende ora oscillazioni più ampie e considera quindi più probabile un eventuale raggiungimento della barriera.

Ipotizziamo che il certificato abbia un Vega pari a -0,80 euro per ogni punto percentuale di volatilità. L’aumento di 5 punti percentuali produrrebbe un impatto teorico pari a: 5 x -0,80 = -4 euro. A parità di tutte le altre condizioni, il prezzo del certificato potrebbe quindi passare, per esempio, da 100 a 96 euro, nonostante l’indice sia rimasto invariato.

In generale, per un investitore che detiene un certificato con barriera, un aumento della volatilità può essere penalizzante perché rende più probabile il raggiungimento della barriera. L’effetto preciso dipende però dalla struttura del certificato e dalle opzioni che lo compongono.

Vega nei certificati multi-sottostante

Quando il certificato è collegato a più sottostanti, anche il Vega può essere considerato per ciascun componente del paniere: (νA, νB, νC)

certificati investimento protezione e cedola

La sensibilità può essere maggiore per il sottostante più vicino alla barriera, più volatile o con maggiore probabilità di diventare il Worst-of.

Consideriamo, per esempio, un certificato Worst-of:

  • Azione A: distanza dalla barriera del 35% e volatilità implicita del 22%;
  • Azione B: distanza dalla barriera del 12% e volatilità implicita del 38%;
  • Azione C: distanza dalla barriera del 28% e volatilità implicita del 25%.

In questo scenario, l’azione B potrebbe presentare il Vega più rilevante: essendo vicina alla barriera e caratterizzata da una volatilità elevata, un suo ulteriore aumento potrebbe penalizzare il prezzo del certificato, rendendo più probabile il raggiungimento della barriera.

Nei certificati Worst-of è importante considerare anche la correlazione tra i sottostanti, cioè il modo in cui tendono a muoversi l’uno rispetto all’altro. Se la correlazione è bassa, aumenta la possibilità che uno dei componenti registri una performance molto peggiore degli altri e diventi il Worst-of. La correlazione non è un Vega individuale, ma può influenzare il valore complessivo della struttura e il rischio di barriera.

Theta: l’effetto del trascorrere del tempo

Il Theta (Θ) misura quanto varia il valore di un’opzione, e indirettamente quello del certificato, con il semplice passare del tempo, mantenendo invariate tutte le altre condizioni di mercato.

In termini matematici: Θ=∂V/∂t
dove (V) rappresenta il valore dell’opzione o del certificato e (t) il tempo residuo alla scadenza.

Il Theta è particolarmente importante nei certificati perché il tempo che passa modifica la durata residua dell’investimento, la probabilità di raggiungimento della barriera, il valore delle cedole future e, nei prodotti autocall, la possibilità di rimborso anticipato.

Il suo effetto, quindi, non è sempre univoco: può favorire o penalizzare il prezzo del certificato a seconda della struttura del prodotto e della posizione del sottostante rispetto alla barriera.

Un esempio pratico: l’effetto del tempo

Riprendiamo il certificato considerato nei paragrafi precedenti, supponiamo che, nei 30 giorni successivi:

  • l’indice rimanga stabile a 10.000 punti;
  • la volatilità implicita non cambi;
  • i tassi d’interesse e le altre condizioni di mercato restino invariati;
  • il certificato non venga rimborsato anticipatamente.

Ipotizziamo inoltre un Theta pari a +0,05 euro al giorno. In questo caso, il semplice trascorrere di 30 giorni produrrebbe un effetto teorico pari a: 0,05 x 30 = 1,50 €

Il prezzo del certificato potrebbe quindi passare, in via puramente indicativa, da 100 a 101,50 euro, mentre l’indice resterebbe fermo a 10.000 punti e la scadenza residua si ridurrebbe da 18 a circa 17 mesi.

In questo scenario, il tempo residuo diminuisce senza che il sottostante si avvicini alla barriera. Il certificato si avvicina quindi alla propria scadenza e il mercato può attribuire maggiore probabilità al rimborso previsto dalla struttura.

L’effetto del Theta non è però sempre positivo. Se l’indice fosse vicino alla barriera, il passare del tempo potrebbe ridurre il periodo disponibile per un eventuale recupero e lasciare il certificato esposto a un rischio maggiore. Il segno e l’intensità del Theta dipendono quindi dalla struttura del prodotto, dalla distanza dalla barriera, dalle cedole future e dalle eventuali date di rimborso anticipato.

Gamma: la variazione del Delta

Per completare l’analisi, soprattutto nei certificati con barriera o rimborso anticipato, è utile considerare anche il Gamma (Γ). Questa quarta greca è infatti strettamente legata al Delta, perché misura quanto rapidamente quest’ultimo cambia al variare del prezzo del sottostante.

Mentre il Delta indica la sensibilità del certificato in un determinato momento, il Gamma mostra come tale sensibilità possa aumentare o diminuire in seguito a un movimento del sottostante.

In termini matematici: Γ=∂Δ/∂S
dove (S) rappresenta il prezzo del sottostante.

Un Gamma elevato indica quindi che il Delta può cambiare rapidamente anche a fronte di movimenti relativamente contenuti dell’indice. In questi casi, la relazione tra il sottostante e il certificato diventa meno lineare e le stime basate soltanto sul Delta possono risultare meno precise.

Comprendiamo il Gamma con un esempio

Riprendiamo il certificato considerato nei paragrafi precedenti e supponiamo che il Gamma indichi un aumento del Delta pari a 0,05 in seguito a un rialzo dell’indice di 100 punti, cioè dell’1%.

Se l’indice passa da 10.000 a 10.100 punti, il Delta potrebbe quindi aumentare da 0,25 a 0,30. Se considerassimo soltanto il Delta iniziale, il rialzo dell’1% dell’indice produrrebbe una variazione teorica del certificato pari allo 0,25%. Il prezzo passerebbe quindi da 100 a 100,25 euro.

Certificato Vontobel

Poiché il Delta aumenta durante il movimento, possiamo utilizzare una sensibilità media. Calcoliamo quindi la media aritmetica tra il Delta iniziale e quello finale (sommiamo quindi il Delta iniziale e quello finale e dividiamo il risultato per due): (0,25+0,30) / 2 = 0,275.

La variazione teorica diventerebbe quindi: 100 x 0,275 e il prezzo del certificato potrebbe così raggiungere circa 100,28 euro.

La differenza è contenuta per un movimento limitato, ma potrebbe diventare più significativa se l’indice si avvicinasse alla barriera. Per esempio, quando il sottostante passa da 6.200 a 6.100 punti, il rischio di violazione della barriera diventa concreto e il Delta può modificarsi più rapidamente.

Il Gamma non indica quindi la direzione futura del certificato, ma aiuta a capire quanto può cambiare la sua esposizione al sottostante. È particolarmente importante nelle aree vicine alla barriera o ai livelli di rimborso anticipato, dove anche piccoli movimenti possono modificare sensibilmente il profilo di rischio.

Quale greca conta davvero?

Solitamente l’andamento dei prezzi (delta) è il tema chiave, ma le greche vanno considerate nel loro insieme, volatilità, tempo che risultano fattori chiave. La rilevanza delle greche dipende dalla struttura del certificato, dalla distanza dalla barriera, dal tempo residuo e dalle condizioni di mercato. E’ l’insieme delle varie greche a determinare il prezzo.

In generale:

  • il Delta aiuta a capire quanto il certificato è sensibile al movimento del sottostante;
  • il Vega misura l’effetto delle variazioni della volatilità implicita;
  • il Theta mostra come il trascorrere del tempo può influenzare il valore del prodotto;
  • il Gamma indica quanto rapidamente può cambiare il Delta.

Nei certificates con un solo sottostante, il Delta può rappresentare il primo indicatore da osservare per comprendere l’esposizione al mercato. Tuttavia, quando il prodotto si avvicina alla barriera o a una data di rimborso anticipato, anche Gamma e Vega possono diventare determinanti.

Nei certificati multi-sottostante, invece, non è sufficiente osservare un unico valore aggregato. È necessario analizzare la sensibilità rispetto a ciascun componente del paniere e individuare quale sottostante sta determinando maggiormente il rischio, soprattutto nei prodotti Worst-of.

Le greche non sostituiscono quindi l’analisi della struttura del certificato, ma la completano. Barriera, cedole, scadenza, protezione del capitale, condizioni dell’emittente e liquidità del mercato restano elementi essenziali. Le greche aiutano a capire come questi fattori possono riflettersi sul prezzo del prodotto e come il suo profilo di rischio può evolvere nel tempo.

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WTI, Brent, Dubai: guida semplice ai prezzi del greggio https://www.investire-certificati.it/wti-brent-dubai-guida-semplice-ai-prezzi-del-greggio/ Sat, 08 Aug 2026 10:29:00 +0000 https://www.investire-certificati.it/?p=44428 WTI, Brent, Dubai: guida semplice ai prezzi del greggio

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Quali sono i prezzi del petrolio? Che differenze ci sono fra WTI, Brent e Petrolio Dubai? In questo contesto politico agitato, segnato da tensioni internazionali, guerre, instabilità nelle aree produttive e decisioni strategiche dei grandi paesi esportatori, si sente parlare sempre più spesso di WTI, Brent e, in misura crescente, anche di Dubai.
Sono le sigle che ricorrono con maggiore frequenza quando si commenta l’andamento del prezzo del petrolio, i rincari dell’energia o gli effetti dei conflitti sui mercati globali.

Perché proprio queste quotazioni sono diventate centrali per leggere l’evoluzione del mercato petrolifero mondiale? In questa guida vedremo che cosa sono WTI, Brent e Dubai, come si forma il prezzo del greggio e perché questi benchmark sono così importanti per comprendere il contesto economico ed energetico attuale.

Che cos’è il greggio?

Con il termine greggio si indica il petrolio allo stato naturale, così come viene estratto dai giacimenti, prima di essere lavorato nelle raffinerie.
Si tratta di una materia prima composta principalmente da idrocarburi, con caratteristiche che possono variare sensibilmente da un’area geografica all’altra. Proprio per questo non esiste un solo tipo di petrolio: alcuni greggi sono più leggeri e con meno zolfo, altri più pesanti e più “acidi”. Queste differenze incidono sul valore commerciale del petrolio e sulla facilità con cui può essere trasformato in carburanti e altri prodotti energetici.

Il WTI: il greggio di riferimento negli Stati Uniti

Il WTI (acronimo di West Texas Intermediate) è il greggio di riferimento per gli Stati Uniti. Proviene soprattutto dai bacini petroliferi del Texas, dell’Oklahoma e del Nord Dakota, ed è consegnato a Cushing, in Oklahoma, dove convergono oleodotti ed infrastrutture specializzate per il comparto energetico. È considerato un petrolio leggero e dolce, grazie alla bassa densità e al contenuto di zolfo, con caratteristiche che lo rendono particolarmente adatto alla raffinazione di benzina e gasolio.

Il WTI è negoziato principalmente al NYMEX, il mercato statunitense per i contratti derivati, fra cui i future, sul greggio.

Il Brent: il benchmark del mercato internazionale

Con il Brent, invece, ci spostiamo nel Mare del Nord europeo, nei grandi giacimenti tra Regno Unito e Norvegia. Anche in questo caso si tratta di petrolio di ottima qualità, ma presenta un contenuto di zolfo leggermente superiore (circa 0,37% contro lo 0,24% del petrolio americano) e una densità marginalmente più elevata rispetto al WTI.

È il benchmark, cioè il punto di riferimento, per l’Europa, l’Africa e gran parte dell’Asia, e rappresenta circa i due terzi del petrolio scambiato a livello internazionale. Viene negoziato sull’ICE, la borsa londinese dei contratti derivati energetici.

Il benchmark di Dubai: il riferimento per il Medio Oriente e l’Asia

investire sul petrolio

Accanto a WTI e Brent, esiste anche un importante benchmark mediorientale: il Dubai Crude. Questo riferimento è utilizzato soprattutto per il petrolio esportato dal Medio Oriente verso l’Asia, oggi uno dei principali poli della domanda energetica globale. A differenza del WTI e, in parte, anche del Brent, il Dubai è generalmente un greggio più pesante e con un contenuto di zolfo più elevato, quindi meno “dolce”, ma proprio per questo più rappresentativo di molte produzioni dell’area del Golfo.

Il suo prezzo risente in modo particolare delle dinamiche geopolitiche regionali, delle decisioni dei paesi dell’OPEC+ e dell’andamento della domanda asiatica. In questo senso, se il WTI è il riferimento per il mercato statunitense e il Brent per quello europeo e globale, il Dubai rappresenta un indicatore chiave per comprendere i flussi petroliferi tra Medio Oriente e Asia.

Chi decide il prezzo del petrolio?

Il prezzo del petrolio non è stabilito da un solo paese, da una sola compagnia o da un’unica organizzazione internazionale. Il suo valore nasce dall’incontro tra domanda e offerta sui mercati globali ed è influenzato da una molteplicità di fattori economici, finanziari e geopolitici. Contano, per esempio, i livelli di produzione dei grandi paesi esportatori, le decisioni dell’OPEC+, il cartello dei paesi produttori di greggio, ma anche la crescita o il rallentamento dell’economia mondiale, l’andamento dei consumi energetici e le aspettative degli investitori.

A incidere sul prezzo sono anche eventi improvvisi, come guerre, sanzioni, crisi diplomatiche, problemi logistici, interruzioni nelle forniture o tensioni lungo le principali rotte marittime. Per questo il mercato petrolifero è particolarmente sensibile all’instabilità internazionale e può registrare oscillazioni anche molto rapide. In sostanza, il prezzo del greggio è il risultato di un equilibrio fragile e in continuo movimento, in cui ogni variazione dell’offerta o della domanda può avere effetti immediati sulle quotazioni.

Da cosa dipendono i prezzi di WTI, Brent e Dubai?

Il prezzo del WTI risente maggiormente delle condizioni logistiche interne degli Stati Uniti, come la capacità degli oleodotti e lo stoccaggio a Cushing. Il Brent, invece, è più esposto ai fattori geopolitici globali, come le tensioni nelle rotte marittime o le decisioni dell’OPEC+, il cartello allargato dei paesi produttori di petrolio. Anche il Dubai, proprio per la sua collocazione geografica e commerciale, è fortemente influenzato dalla stabilità dell’area del Golfo e dai transiti strategici come quello dello Stretto di Hormuz.

Il differenziale tra Brent e WTI

Storicamente, il Brent tende a essere quotato a un prezzo leggermente superiore rispetto al WTI. Questo differenziale, noto come spread Brent-WTI, riflette la maggiore rilevanza del Brent nei flussi commerciali internazionali e la sua esposizione alla domanda globale. Tuttavia, in alcuni periodi il WTI può raggiungere prezzi vicinissimi o anche superiori a quelli del Brent, soprattutto quando la logistica statunitense è sotto pressione o la domanda interna cresce in modo significativo.

Perché il prezzo del petrolio incide sulla vita quotidiana?

petrolio

Il prezzo del petrolio non riguarda soltanto i mercati finanziari o i paesi produttori, ma ha conseguenze dirette anche sulla vita quotidiana di cittadini e imprese. Quando il greggio aumenta di prezzo, possono salire i costi dei carburanti come benzina e diesel, ma anche quelli del trasporto delle merci, della logistica e, indirettamente, di molti beni di consumo. Il petrolio, infatti, resta una materia prima centrale per l’economia globale, non solo per la produzione di energia, ma anche per numerosi settori industriali.

Le sue variazioni possono contribuire ad alimentare l’inflazione, ridurre il potere d’acquisto delle famiglie e aumentare i costi per le imprese. Anche chi non segue abitualmente l’andamento delle materie prime finisce quindi per subirne gli effetti, spesso senza rendersene conto immediatamente. Capire come funzionano WTI, Brent e Dubai significa allora comprendere meglio non solo i mercati energetici, ma anche alcuni dei meccanismi che incidono sul costo della vita e sugli equilibri dell’economia mondiale.

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Cosa vogliono dire i nomi dei certificates? https://www.investire-certificati.it/cosa-vogliono-dire-i-nomi-dei-certificates/ Sat, 24 Jan 2026 09:50:59 +0000 https://www.investire-certificati.it/?p=39433 Cosa ci indicano i nomi dei certificates? Capire i certificati di investimento dal loro nome può non essere facile. In questo articolo ci soffermiamo sui principali nomi commerciali dati ai certificates. Autocallable Barrier Worst-of Phoenix Certificate, Worst-of Quanto Issuer Callable, Protected Capped Worst-of Participation Certificate, Memory Cash Collect Certificates, Callable Worst-of Phoenix Certificate, Equity First […]

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Cosa ci indicano i nomi dei certificates? Capire i certificati di investimento dal loro nome può non essere facile. In questo articolo ci soffermiamo sui principali nomi commerciali dati ai certificates.

Autocallable Barrier Worst-of Phoenix Certificate, Worst-of Quanto Issuer Callable, Protected Capped Worst-of Participation Certificate, Memory Cash Collect Certificates, Callable Worst-of Phoenix Certificate, Equity First Fixed Premium, Step-down Cash Collect. Questi sono soltanto alcuni nomi di certificati emessi nell’ultimo periodo da importanti emittenti. In poche parole l’emittente ci spiega cosa stiamo per acquistare, almeno in termini di struttura del derivato.

Molte informazioni utili sono già contenute nel nome stesso del certificato. Leggendo con attenzione la denominazione di un certificato si ricavano subito indizi importanti sulla sua composizione e struttura, se è previsto un rimborso anticipato. Il nome ci dice anche se esistono barriere che condizionano la protezione del capitale, se il rendimento è cedolare o se ci troviamo di fronte a un certificato bonus, coperto in valuta (quanto) o soggetto a un limite (cap). Questo non sostituisce però la lettura attenta del KID (Key Information Document) e del prospetto, che rimangono le fonti definitive per conoscere costi, scenari di rendimento e rischi.

In questo articolo vediamo perché il nome è tanto informativo e perché a colpo d’occhio può dire molto sul profilo rischio/rendimento del certificato. Termini come “Autocallable”, “Barrier”, “Worst-of”, “Phoenix”, “Quanto” o “Protected” non sono semplici etichette di marketing. Sono parole chiave che descrivono meccaniche precise per capire come funzionano i certificates. Approfondiamole insieme per comprendere davvero cosa vogliono dire queste parole.

“Memory”: cedole con memoria

certificates memory cash collect

Una caratteristica ormai presente in quasi tutti i certificati con cedola è l’effetto memoria.
In parole semplici, il certificato paga cedole a intervalli prestabiliti (mensili, trimestrali, ecc.) solo se, alla data di rilevazione, si verificano determinate condizioni sui sottostanti.

Se la condizione non è soddisfatta, la cedola non viene persa ma viene “memorizzata”. Nel caso in cui in una delle rilevazioni successive la condizione torna a essere soddisfatta, tutte le cedole arretrate vengono corrisposte insieme a quella del periodo. Nel caso in cui non ci sia l’effetto memoria delle cedole non sarebbe possibile un eventuale recupero di premi non corrisposti durante la vita del certificato.

“Barrier”: la soglia che condiziona rendimenti e protezione

Nel mondo dei certificati d’investimento, la barriera (barrier) è la soglia che determina l’esito di alcune condizioni chiave: il pagamento delle cedole, il richiamo anticipato e, soprattutto, la protezione del capitale a scadenza. In termini pratici la barriera è espressa come percentuale del valore iniziale del sottostante (es. 40%, 50%, 60%) e può riferirsi al singolo sottostante o, nel caso di un paniere, al “peggior” sottostante (worst‑of).
Se il prezzo del sottostante (o del titolo peggiore) rimane sopra la barriera, l’investitore può beneficiare dei rendimenti previsti e della restituzione del capitale investito; se invece scende sotto questa soglia, le prospettive cambiano e il rischio di perdita aumenta.

Si parla di barriera profonda quando il livello è fissato molto al di sotto del prezzo iniziale (es. 50%, 40% o meno); ciò riduce la probabilità che venga violata (a parità di volatilità) e quindi aumenta la probabilità che la protezione condizionata rimanga intatta, ma tende anche a tradursi in rendimenti/premi generalmente più bassi rispetto a barriere più “superficiali”. Chiaramente – a parità di sottostante – le possibilità che sia violata una barriera del 60% saranno superiori a quelle che sia violata una barriera del 50%.

“Autocallable”: il meccanismo di rimborso anticipato

Con il termine “autocallable” si identifica una tipologia di certificato che può essere rimborsato prima della scadenza, se vengono soddisfatte certe condizioni prestabilite.
È una meccanica molto diffusa perché permette all’emittente di estinguere il prodotto quando il mercato è favorevole e all’investitore di incassare cedole e capitale prima della scadenza originaria.

“Callable” o “Softcallable”: richiamo discrezionale

formazione

La caratteristica centrale dei certificates softcallable è legata alla modalità del richiamo del prodotto. Con i certificates softcallable, infatti, può avvenire a completa discrezione dell’emittente (in predeterminate scadenze temporali). Una differenza sostanziale con i tradizionali autocallable, in cui il richiamo è legato a determinate condizioni di prezzo (può anche essere assente). 

Nel caso dei certificati softcallable l’emittente ha il diritto, ma non l’obbligo, di richiamare un certificato dopo un certo numero di mesi o anni a sua completa discrezione. In questa maniera la banca o l’intermediario che hanno emesso il prodotto riescono a offrire rendimenti potenziali leggermente superiori rispetto a quelli dei tradizionali autocallable. Chiaramente, nel caso dei certificati di investimento softcallable, se il prodotto viene richiamato l’investitore incassa il rimborso dell’intero nominale e di tutte le cedole dovute fino a quel momento. Quasi sempre la softcallability è attiva dopo un numero di mesi (per esempio 3 oppure 6, ma tutto varia in base alla struttura del derivato).

“Step‑down”: la barriera che si abbassa nel tempo

“Step‑down” indica una clausola che prevede l’abbassamento programmato di una soglia (barriera) in date prefissate durante la vita del certificato. All’inizio la barriera è più “stretta” (vicina al prezzo iniziale). Poi, a scaglioni, si riduce nel tempo rendendo progressivamente più probabile che la condizione sia soddisfatta nelle successive date di osservazione. Questa logica viene di solito legata al concetto di richiamo anticipato (autocall). E’ usata per bilanciare rischio e rendimento anche se non garantisce affatto il buon esito del prodotto finanziario in questione.

“Worst-of”: l’andamento dell’azione peggiore fa il prezzo

La struttura “worst-of” è una delle più utilizzate nei certificati, dove il rendimento e la protezione dipendono esclusivamente dal titolo che si comporta peggio tra quelli scelti come sottostanti. Questo meccanismo permette di offrire cedole e rendimenti potenzialmente più elevati, ma implica anche maggiori rischi, perché basta che uno dei titoli sia molto negativo (sotto barriera) per compromettere il risultato dell’intero investimento.

“Fixed Premium”: il rendimento predeterminato

“Fixed Premium” (spesso tradotto in italiano come “premio fisso” o “cedola fissa”) indica una caratteristica del certificato per la quale l’investitore riceve un importo predeterminato. Può trattarsi di un flusso periodico fisso (per alcuni mesi o anni) oppure di un premio corrisposto in unica soluzione all’emissione o in una data prefissata. Un flusso di cedole prefissato ovviamente riduce la volatilità del prodotto.

“Protected”: la protezione del capitale

Proseguiamo la lista di nomi dei certificati di investimento passando a quelli a capitale protetto. Il termine “Protected” indica che il certificato offre una protezione del capitale, totale o parziale (può essere totale, ossia il 100%, oppure parziale, ad esempio il 90% del capitale investito), alle condizioni previste dal contratto (a scadenza). È una delle diciture più rassicuranti per un investitore, ma è fondamentale comprendere esattamente che cosa viene protetto e le tempistiche (solitamente solo alla scadenza)

“Capped”: il limite al rialzo

“Capped” indica la presenza di un tetto massimo al rendimento riconosciuto dall’investitore in caso di rialzo del sottostante. Nelle strutture più frequenti il cap viene applicato insieme a una componente di protezione. L’emittente combina un’obbligazione che garantisce (totalmente o parzialmente) il capitale a scadenza con un’opzione che offre partecipazione al rialzo, ma questa partecipazione è limitata da un cap. In pratica si sacrifica parte del rialzo potenziale in cambio di maggiore protezione o di cedole più alte.

cedola fissa garantita

“Quanto”: la copertura del rischio di cambio

Il termine “Quanto” indica che il certificato offre un’esposizione a un sottostante denominato in una valuta estera (es. azioni USA, indici in dollari) ma con il valore di rimborso convertito nella valuta dell’investitore senza subire direttamente le variazioni del tasso di cambio.

In pratica il rischio di cambio è “neutralizzato” mediante una copertura integrata nella struttura del prodotto. In questo modo la performance dipende esclusivamente dall’andamento del sottostante e non dalle variazioni del cambio tra emissione e scadenza.

Il nome conta, ma il KID decide

Il nome di un certificato è spesso una bussola preziosa per l’investitore. Fornisce indicazioni immediate sulla struttura, sulle condizioni che governano cedole, barriere e rimborso anticipato, e sulle principali fonti di rischio.

Tuttavia il nome rimane soltanto il primo passo. Il KID e il prospetto contengono i dettagli operativi, i costi impliciti, gli scenari di rendimento e le condizioni precise (date di osservazione, livello delle barriere, trattamento delle cedole memorizzate, modalità di call, ecc.) che determinano l’effettivo esito economico dell’investimento. Prima di sottoscrivere, leggili con attenzione, valuta il rischio emittente e, se necessario, richiedi chiarimenti al tuo consulente finanziario. I certificati sono prodotti complessi e possono esporre l’investitore al rischio di perdita parziale (e in rari casi totale) del capitale investito.

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Buy-back azionario https://www.investire-certificati.it/buy-back-azionario/ Sat, 27 Dec 2025 14:46:00 +0000 https://www.investire-certificati.it/?p=34725 Cosa è il buy-back azionario? Si tratta di un’operazione finanziaria di riacquisto di azioni proprie che può essere attuata da società in determinate condizioni di mercato. Focus sul tema. Riacquisto di azioni proprie Il vocabolario della finanza non è sempre semplice. In questi ultimi anni abbiamo spesso sentito parlare di buy-back, ossia di riacquisto di […]

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Cosa è il buy-back azionario? Si tratta di un’operazione finanziaria di riacquisto di azioni proprie che può essere attuata da società in determinate condizioni di mercato. Focus sul tema.

Riacquisto di azioni proprie

Il vocabolario della finanza non è sempre semplice. In questi ultimi anni abbiamo spesso sentito parlare di buy-back, ossia di riacquisto di azioni proprie, sia sul mercato italiano che su quello americano.

Cosa è il buy back di azioni da parte di un’azienda? In italiano è definito riacquisto di azioni proprie ed è un’operazione finanziaria attraverso la quale una società compra parte delle azioni in circolazione sul mercato.

La liquidità dell’azienda è utilizzata per comprare azioni della società stessa. Spesso tale operazione avviene direttamente con acquisti sul mercato secondario, anche su può avvenire anche tramite offerta diretta ad azionisti. Spesso le azioni, una volta acquistate, vengono considerate annullate. Attenzione, però, in alcuni casi sono essere trattenute e ridistribuite in futuro.

Perché si fa il buy-back?

Le ragioni che spingono le aziende al buy-back azionario possono essere varie. Molto spesso si vuole dare un segnale di fiducia al mercato, spingendo anche investitori privati a muoversi nella stessa direzione.

In altre parole, il management cerca di far intendere ai mercati che ritiene il titolo quotato meno del suo valore reale, o quantomeno che vede spazi per un apprezzamento. Solitamente i mercati reagiscono quindi positivamente alla news di un buy-back azionario. Al tempo stesso determina una riduzione del capitale sociale e va quindi utilizzato con attenzione.

Gestione della liquidità

Il riacquisto di azioni proprie può anche essere utilizzato per impiegare liquidità in eccesso da parte dell’azienda (talvolta anche come alternativa al pagamento dei dividendi). Se l’azienda non trova soluzioni di investimento che ritiene migliori può puntare sull’acquisto di azioni proprie.

Inoltre, riducendo il numero di azioni in circolazione, potrebbe crescere il valore delle azioni, con gli utili distribuiti su un numero minore di azioni. Di fatto il buy-back è quindi un elemento solitamente positivo per gli azionisti.

Conviene il buy-back?

azioni

Warren Buffet ha in più occasioni commentato il buy-back, spiegando che ha senso soltanto se si ritiene che le azioni della società siano sotto prezzate, ossia scambiate sotto il proprio valore intrinseco. Viceversa, meglio puntare su investimenti con maggiori potenzialità.

Sempre Warren Buffet, nel 2016 scriveva agli azionisti: “Considerate una semplice analogia: se ci sono tre soci pari in un’azienda del valore di $ 3.000 e uno viene acquistato dalla partnership per $ 900, ciascuno dei soci rimanenti realizza un guadagno immediato di 50 dollari”.

Per contro, se l’azienda comprasse azioni proprie ad un prezzo superiore al valore intrinseco vi sarebbero seri rischi per l’azienda medesima, che potrebbe perdere parte della liquidità con un’operazione sbagliata di buy back.

Buy-back e internal dealing

Il buy back azionario è diverso dall’internal dealing. Nel primo caso è l’azienda stessa a comprare le proprie azioni. L’internal dealing si verifica invece quando vi sono operazioni di acquisto o vendita di titoli da parte dal management aziendale con denaro proprio (esterno alla società).Il buy-back di azioni non va quindi confuso con l’internal dealing. Anche in questo caso vediamo una breve definizione. L’internal dealing è un’operazione di acquisto o di vendita di azioni, effettuato dal management con mezzi propri.

Alla luce della posizione di rilievo che queste figure ricoprono nella società queste operazioni di acquisto e vendita di titoli possono avere un importante valore informativo per il mercato. La normativa vigente pone in capo a questi soggetti l’obbligo di comunicare tempestivamente al mercato tutte le operazioni di acquisto e vendita di azioni della società.

Insider trading

Tema ancora diverso è l’insider trading. Nomenclatura utilizzata per definire il reato utilizzato da chi fa trading (acquista o vende azioni in borsa o compie altre operazioni di investimento) su un’azienda quotata in quanto ha a disposizione informazioni riservate.

Ecco quindi alcune parole chiave nell’ampio e complesso glossario della finanza, per aiutare gli investitori a muoversi nel mondo del trading e degli investimenti finanziari.

Approfondimenti

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La Microeconomia https://www.investire-certificati.it/la-microeconomia/ Wed, 01 Jan 2025 21:19:00 +0000 https://www.investire-certificati.it/?p=32825 Cos’è la microeconomia? Cosa tratta la microeconomia? Quali argomenti studia? Quali sono le differenze fra la microeconomia e la macroeconomia? Una spiegazione semplice a queste importanti domande. Cos’è la microeconomia La prima domanda a cui cerchiamo di dare una risposta è “cos’è la microeconomia”? Partiamo con una definizione La microeconomia è la scienza che studia […]

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Cos’è la microeconomia? Cosa tratta la microeconomia? Quali argomenti studia? Quali sono le differenze fra la microeconomia e la macroeconomia? Una spiegazione semplice a queste importanti domande.

Cos’è la microeconomia

microeconomia

La prima domanda a cui cerchiamo di dare una risposta è “cos’è la microeconomia”? Partiamo con una definizione

La microeconomia è la scienza che studia il comportamento delle singole persone e di come l’insieme di questi comportamenti influenzi l’economia.

Un esempio: quando usciamo di casa per andare a comprare il pane dal panettiere o le verdure dal verduriere stiamo facendo delle azioni che possono essere studiate da un punto di vista microeconomico. Ma come agiscono le varie persone – o meglio la somma delle azioni economiche delle varie persone – sul sistema economico? Per regolamentare questa scienza si sono dovute fare alcune importanti assunzioni.

Le assunzioni principali

Le principali assunzioni alla base della microeconomia sono le seguenti:

  • Le risorse in un mercato sono scarse o comunque limitate e non infinite. Questo comporta un numero di scelte limitate per il consumatore, in quanto neanche le risorse necessarie per soddisfare i vari bisogni sono infinite.
  • Ogni individuo opera in piena razionalità, ovvero prende le sue scelte cercando di massimizzare la propria utilità e le proprie risorse, conoscendo sia le logiche di mercato che i suoi bisogni di beni e servizi.
  • Ogni individuo opera cercando di massimizzare la propria utilità marginale. Con utilità marginale intendiamo il grado di soddisfazione genera in una persona l’aggiunta di un’ulteriore unità di un bene o di un servizio. L’utilità marginale è decrescente.
  • Per chiarire facciamo un esempio: una prima tazzina di caffe genera un’alta utilità marginale, una seconda può continuare ad essere piacevole, ma il sesto ci potrebbe rendere nervosi e quindi raggiunge un’utilità marginale nulla se non negativa. Con il crescere del numero di beni acquisiti cala l’utilità marginale, fino a diventare negativa.

Queste assunzioni fondamentali di tutte le teorie microeconomiche non si verificano però sempre. Le teorie microeconomiche, come tutte le scienze che studiano i comportamenti dell’essere umano, cercano di razionalizzare per ricondurre ad alcuni modelli della realtà. Queste teorie servono per fare delle utili previsioni, che però non sempre si realizzano anche perché il comportamento umano non è sempre razionale. Spesso inoltre l’individuo non conosce appieno i suoi bisogni o le logiche del mercato.

Le teorie microeconomiche sono comunque oggetto di studi e questo ha comportato la revisione ed il superamento di alcune teorie che non hanno superato (in parte o appieno) la prova dei fatti.

Cosa tratta la microeconomia

Come abbiamo accennato in precedenza ogni nostra scelta nel mercato è un’azione che può essere studiata dalla microeconomia. Questo implica che la microeconomia studi tutte le scelte sia del consumatore, che del venditore, che delle varie situazioni che queste interazioni generano sia nel breve che nel lungo periodo.

Il consumatore

microeconomia

Nelle scelte del consumatore bisognerà quindi includere anche la sua scelta di impiegare il suo tempo nel lavoro, che gli permetterà di incassare un reddito. Questo reddito, assieme al reddito del passato che si è riuscito a risparmiare o ad ottenere in altri modi, ovvero il patrimonio costituirà il suo capitale disponibile. Con il capitale disponibile il consumatore potrà quindi scegliere di acquistare beni e servizi nell’economia oppure, una volta che avrà soddisfatto le sue utilità marginali potrà decidere di risparmiare. Quando l’utilità marginale dell’acquisto di un bene o servizio sarà inferiore a quella del risparmio di risorse per il futuro il consumatore deciderà quindi, in base al principio della piena razionalità di risparmiare.

La microeconomia non valuta solo il singolo mercato: se, per esempio, il prezzo delle patate fritte aumenta ed il prezzo dei popcorn resta invariato, all’aumentare del prezzo delle patate fritte, sempre più consumatori sceglieranno di acquistare dei popcorn. Ecco quindi un effetto di sostituzione dei beni.

Questo perché l’utilità marginale inizialmente sarà maggiore in quanto con la stessa quantità di denaro potranno acquistare una maggiore quantità di popcorn. Dopo un certo periodo però questo fenomeno si interromperà perché l’utilità marginale delle patate fritte tornerà ad essere superiore a quella dei popcorn, questo perché l’utilità marginale dei popcorn scenderà mentre quella delle patate fritte non essendo più comprate rimarrà stabile. In questo esempio abbiamo analizzato il mercato di due beni succedanei.

Il venditore

Sembrerà banale dirlo, ma bisogna ricordare che ogni venditore mira a massimizzare il suo profitto. Questo comporta che il venditore dovrà sia massimizzare il prezzo di vendita, che minimizzare i vari costi di acquisto delle materie prime e dei servizi. Questi costi possono essere fissi (se non variano al variare delle quantità prodotte) o variabili (se all’aumentare delle quantità prodotte variano). Anche alla produzione bisogna applicare il principio dell’utilità marginale: ogni lavoratore che viene aggiunto alla produzione crea dei costi, ma la produzione non aumenta allo stesso modo: per cui per ogni lavoratore che si inserisce ogni unità che si produce aumenta di costo. Si arriva così al concetto di costo marginale. In base alle varie forme di mercato si svilupperanno le varie teorie di produzione per massimizzare il ricavo dell’impresa.

Altre aree della microeconomia

Questi sono solamente alcuni degli aspetti analizzati dalla microeconomia. Infatti, ad esempio, ci sono teorie microeconomiche che si basano anche sul tipo di mercato che si instaura: monopolio, bipolio (ovvero un mercato con due soli venditori), oligopolio, concorrenza imperfetta, concorrenza perfetta, ecc… Non bisogna inoltre trascurare le teorie microeconomiche che studiano gli equilibri, l’ottimo paretiano, la funzione di utilità sociale, le esternalità, i beni pubblici, i fallimenti del mercato e tante altre ancora.

microeconomia

Differenza tra microeconomia e macroeconomia

Per definire la differenza tra la microeconomia e la macroeconomia è indispensabile specificare cosa si intende con il termine macroeconomia. Questa è l’insieme degli studi degli aggregati economici ovvero il reddito nazionale, l’inflazione, la disoccupazione ecc… La macroeconomia è quindi la somma dei comportamenti e della scelta dei vari attori della microeconomia. Questo confine si sta però sempre più diluendo col passare degli anni in quanto per approfondire le dinamiche degli aggregati economici è necessario analizzare i mercati e la loro composizione.

Conclusioni

Come abbiamo analizzato, tutti i nostri comportamenti nei mercati sono studiabili dalla microeconomia e inquadrabili all’interno di alcuni modelli. Questi modelli matematici condurranno alle soluzioni che massimizzano le varie utilità marginali e spesso regolano (alle volte anche inconsciamente) il mercato. Come detto, queste teorie non sono però infallibili (anche perché le assunzioni alla base della microeconomia raramente si riescono a realizzare), ma sicuramente valgono la pena di essere studiate ed approfondite.

Per approfondire

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Carry Trade in Borsa https://www.investire-certificati.it/carry-trade-in-borsa/ Sat, 30 Nov 2024 14:34:07 +0000 https://www.investire-certificati.it/?p=34271 Negli ultimi mesi abbiamo spesso sentito parlare di carry trade, in particolare sul cambio dollaro/yen. Ma cosa è il carry trade e in cosa consiste? Quali sono i vantaggi e i rischi del carry trade? Ecco un focus su questa modalità di investimento. Cosa è il carry trade Partiamo da una definizione. Il carry trade […]

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Negli ultimi mesi abbiamo spesso sentito parlare di carry trade, in particolare sul cambio dollaro/yen. Ma cosa è il carry trade e in cosa consiste? Quali sono i vantaggi e i rischi del carry trade? Ecco un focus su questa modalità di investimento.

Cosa è il carry trade

Partiamo da una definizione. Il carry trade è una strategia di investimento attraverso la quale l’investitore si indebita in una valuta con bassi tassi di interesse e li investe in una divisa con tassi di interesse più elevati. L’investitore mira a guadagnare sulla differenza fra i tassi di interesse.

Il profitto può essere ancora più elevato se la divisa acquistata si apprezza contro quella venduta, mentre un apprezzamento della divisa con tassi più bassi riduce il profitto o genera una perdita.

Il carry trade è una modalità di investimento diffusa sui mercati finanziari, utilizzata principalmente da investitori istituzionali come hedge fund e banche, ma anche da investitori privati. Vediamo in dettaglio come funziona, con esempi e spiegazioni più dettagliate.

Il Carry Trade contro lo yen

La valuta principe su cui applicare il carry trade è stata negli anni lo yen, anche se non è senz’altro l’unica. Di fatto si vende yen, comprando per esempio dollari americani o dollari australiani (o altre valute con un tasso interesse decisamente più alto di quello giapponese).

Lo yen negli ultimi anni ha avuto tassi negativi, per anni fermi al -0,10%. Soltanto nel 2024 la Banca centrale giapponese li ha alzati dapprima allo 0,10% e successivamente allo 0,25%. Le aspettative sono per un altro rialzo dei tassi a breve. Si è ridotto il differenziale con i tassi americani ed europei, che resta comunque ancora significativo, nell’ordine di 3-4 punti percentuali.

Come Funziona il Carry Trade?

Il carry trade richiede una fase di studio da parte dell’investitore, che deve individuare valute con tassi di interesse diversi e ipotizzare un trend favorevole che permetta l’attuazione del carry trade con profitto.

investimenti in borsa

Vediamo le varie fasi del carry trade. Dopo aver studiato i mercati, si prende a prestito una valuta con un tasso di interesse basso (per esempio lo yen). La valuta presa a prestito viene venduta contro una valuta che ha un tasso di interesse più alto. Ecco, quindi, che si costruisce una posizione con swap favorevole. Il costo di finanziamento per tenere aperta la posizione è quindi negativo, ossia a favore dell’investitore (a credito).

Per esempio, si va lunghi di dollaro australiano o dollaro americano contro lo yen giapponese (o il franco svizzero). Il carry trade è di fatto già in essere. È sufficiente che la valuta su cui si è long non si deprezzi per ottenere un profitto dal differenziale di tassi. Il tempo gioca a favore dell’investitore, che incassa quotidianamente lo swap (o rollover) generato dall’investimento.

È però possibile investire il denaro preso in prestito (nel caso in cui l’operazione sia stata fatta fisicamente) su strumenti finanziari con un rendimento aggiuntivo.

Come si guadagna?

Dove si guadagna? L’investitore guadagna dalla differenza tra il tasso di interesse pagato sul prestito e il rendimento ottenuto dagli investimenti. Se il tasso di interesse in Giappone è dello 0,5% e il rendimento sugli investimenti in dollari USA è del 5%, l’investitore guadagna una differenza del 4,5%.

Per ottenere il rendimento netto vanno considerati i costi sostenuti per il cambio ed eventuali tassazioni da capital gain. Nel caso in cui si faccia trading con i CFD si ottiene un rendimento leggermente inferiore al differenziale fra i tassi, in base a quello che è il reale costo di finanziamento offerto dai liquidity provider al broker.

Pro e Contro del Carry Trade

Pro e contro: quali sono i vantaggi ed i rischi di questa strategia di investimento? Il carry trade non è certamente esente da rischi, come tutti gli investimenti. Pensiamo a chi avesse una posizione lunga sul dollaro contro lo yen. In questo caso il carry trade è funzionato molto bene fino a luglio 2024, con il cambio USD/JPY salito ai massimi da oltre 35 anni in area 162. Successivamente, però, è seguita una rapida discesa, di circa 2000 pips, portando il cambio a 140, mentre l’indice giapponese NIKKEI crollava. Di fatto un movimento contrario importante che ha spinto molti investitori a smantellare, almeno in parte, le posizioni aperte. Nelle settimane seguenti USD/JPY è tornato ad apprezzarsi dopo le rassicurazioni di Ueda e della Bank of Japan su politiche monetarie espansive, ancora in grado quindi di permettere il carry trade.

L’investitore deve quindi monitorare costantemente la posizione, ma anche le mosse delle banche centrali, come Federal Reserve e BCE in termini di tassi di interesse, modificando la propria esposizione in base alle condizioni di mercato.

I rischi del carry trade

Quali sono quindi i rischi del carry trade? Troviamo, come visto, il rischio di cambio. La valuta su cui si è short, potrebbe apprezzarsi. In questo caso si va incontro ad una potenziale perdita o quantomeno ad un profitto minore rispetto al differenziale dei tassi fra le due valute. Ad esempio, se lo yen giapponese si apprezza rispetto al dollaro australiano, l’investitore potrebbe ottenere meno yen quando riconverte i suoi dollari australiani.

Un secondo rischio è legato al tasso di interesse, elemento chiave alla base di questa operatività. Nel caso in cui la banca centrale della valuta con tassi bassi alzi i tassi, il differenziale si ridurrebbe, riducendo i margini. In altre parole, se i tassi di interesse aumentano nella valuta di prestito o diminuiscono nella valuta di investimento, i guadagni del carry trade possono ridursi (o diventare una perdita).

Nel caso in cui il denaro cambiato venga anche investito in attività finanziarie, i fondi del carry trade possono essere soggetti a rischi di mercato. Per esempio, se avessimo operato carry trade su yen giapponese e dollaro australiano, per poi investire sul mercato azionario australiano, qualora dovesse stornare, l’investitore potrebbe subire perdite sui suoi investimenti in azioni australiane.

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Split azioni e frazioni di azioni: cosa sono? https://www.investire-certificati.it/split-azioni-e-frazioni-di-azioni-cosa-sono/ Fri, 02 Aug 2024 09:32:00 +0000 https://www.investire-certificati.it/?p=33934 Split azionario, frazioni di azioni e raggruppamento azionario: cosa si intende con questi termini e cosa implicano per l’investitore in borsa? Split delle azioni e frazionamento delle azioni sono due concetti estremamente differenti. In questo articolo partendo dallo split di grandi titoli azionari come Tesla e Nvidia, abbiamo esaminato il concetto di raggruppamento azionario e […]

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Split azionario, frazioni di azioni e raggruppamento azionario: cosa si intende con questi termini e cosa implicano per l’investitore in borsa?

Split delle azioni e frazionamento delle azioni sono due concetti estremamente differenti. In questo articolo partendo dallo split di grandi titoli azionari come Tesla e Nvidia, abbiamo esaminato il concetto di raggruppamento azionario e di frazioni di azioni.

Split azionario

Cosa è lo split di un’azione? Negli ultimi anni numerosi titoli del settore tecnologico americano hanno effettuato uno split azionario. Fra questi ricordiamo Tesla e più recentemente Nvidia. Di fatto le azioni in circolazione sono state “divise” in nuove azioni, con un valore nominale inferiore. Per l’investitore in linea di principio non cambia nulla. Per esempio, nel caso di uno split 5:1 il numero di azioni crescerà di 5 volte, mentre il valore nominale dovrebbe scendere conseguentemente. Per esempio, se un’azione vale 500 prima di uno split 5:1 il suo valore scenderà a 100.

Spesso l’annuncio di uno split azionario favorisce un rialzo del titolo sottostante, attraendo nuove masse di investimento. Anche se il rialzo non sempre è necessariamente di lunga durata. In linea generale possiamo comunque dire che gli split avvengono su titoli inseriti in forti trend rialzisti, che hanno quindi determinato un’importante crescita del valore nominale della singola azione.

Split azioni Nvidia e Tesla

AZIONI NVIDIA

Fra i più recenti split troviamo quello delle azioni di Nvidia. E’ avvenuto a giugno 2024 con un rapporto 10:1, ossia l’investitore ha ricevuto dieci nuove azioni per ogni precedente titolo detenuto in portafoglio. Le azioni del colosso dei microchips erano arrivate ad un valore nominale unitario superiore ai 1000 dollari. Dopo lo split (che ha quindi aumentato di dieci volte il numero di azioni in circolazione), si è ripartiti da circa 105 dollari per azione. Al momento il valore del titolo è nuovamente salito, arrivando a 125 dollari. Fra i precedenti split azionari di Nvidia ricordiamo quello 4:1 del 2021.

E gli split delle azioni di Tesla? Sono stati due. Tesla ha effettuato un primo split (5:1) nel 2020, per poi effettuarne un secondo nel 2022 (3:1). Complessivamente ha quindi aumentato il numero di azioni in circolazione di 15 volte per evitare che il titolo arrivasse a valere migliaia di dollari.

Azioni frazionate

Concetto diverso sono invece le frazioni di azione. Lo split azionario non è infatti da confondere con la possibilità di acquistare azioni frazionate, ossia una frazione di azione (meno di un’azione intera quindi, oppure 1,25 o 2,50 azioni).

Alcune piattaforme per il trading online oggi permettono agli investitori di acquistare una frazione di azione. Dipende anche dal trading broker scelto per l’operatività. Uno strumento interessante per chi desidera investire piccole cifre o per chi vuole operare un’allocazione di portafoglio bilanciata e precisa, o anche per i piani di accumulo. E’ utile con titoli che hanno un valore nominale elevato, certamente non con le penny stocks.

Cosa è il raggruppamento azionario?

Il raggruppamento è invece l’operazione inversa rispetto allo split azionario. Di fatto, il raggruppamento si rende opportuno quando il valore unitario dell’azione ha raggiunto un valore particolarmente basso. In inglese il raggruppamento azionario è definito come Reverse stock split. Il raggruppamento azionario in sintesi riduce il numero complessivo di azioni in circolazione, aumentandone il valore unitario.

Pertanto, un raggruppamento (come quello delle azioni Juventus di gennaio 2024), determinerà una situazione di 1:5 o 1:10, per esempio. Verrà quindi consegnata una nuova azione ogni 5 o 10 titoli precedentemente posseduti in portafoglio. Nel caso del raggruppamento delle azioni Juventus, il titolo quotava a circa 22 centesimi di euro. Con un raggruppamento 1:10, il valore della singola azione è salito a 2,20 euro ed il numero di azioni in circolazione è sceso del 90%, precisamente da 2.527.478.770 a 252.474.877.

In entrambi i casi di raggruppamento e split azionario la capitalizzazione di mercato dell’azienda non cambia, così come non cambia il controvalore dell’investimento in portafoglio.

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Corso Secco e Prezzo Tel Quel https://www.investire-certificati.it/corso-secco-e-prezzo-tel-quel/ Thu, 09 May 2024 16:12:13 +0000 https://www.investire-certificati.it/?p=33217 Cosa vuol dire “corso secco” o “tel quel” quando si parla del prezzo di un’obbligazione o di uno strumento finanziario? In borsa i titoli possono essere negoziati a corso secco, ossia “ex cedola”, oppure tel quel” (al prezzo corrente). Ecco il funzionamento. “Prezzo Tel Quel” Con prezzo corrente si indica il prezzo che il compratore […]

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Cosa vuol dire “corso secco” o “tel quel” quando si parla del prezzo di un’obbligazione o di uno strumento finanziario? In borsa i titoli possono essere negoziati a corso secco, ossia “ex cedola”, oppure tel quel” (al prezzo corrente). Ecco il funzionamento.

“Prezzo Tel Quel”

Con prezzo corrente si indica il prezzo che il compratore effettivamente deve pagare al venditore. Sono quindi inclusi diritti accessori come il rateo di interesse legato a cedole o dividendi maturati.

Il prezzo tel quel include quindi interessi o eventuali cedole in arrivo ed è determinato dal costo puro del prodotto e dal rateo maturato sino al momento dell’acquisto. È pertanto pari alla somma del prezzo a corso secco incrementato di interessi maturati.

Fra gli strumenti negoziati tel quel troviamo, a titolo esemplificativo, le azioni e i certificati di investimento. Dopo lo stacco di un dividendo un titolo azionario tenderà a scendere in maniera proporzionale. Al tempo stesso, dopo uno stacco di un premio del 2%, un certificato di investimento – a parità di altre condizioni – tenderà a scendere di circa due punti percentuali.

“Corso Secco”

obbligazioni

Quando si parla di “corso secco”, invece, si parla di un prezzo di negoziazione che non include i diritti accessori. Pertanto, non sono inclusi rateo di interessi quando parliamo di bond sul mercato obbligazionario o dividendi nel comparto azionario.

Operativamente sono negoziati a corso secco la gran parte delle obbligazioni, i Titoli di Stato e le ABS. Pertanto, quando si acquista uno di questi prodotti finanziari si pagano il corso secco e gli interessi maturati fino al momento in cui si compra lo strumento finanziario. Il compratore dovrà remunerare il venditore del rateo di interessi maturato mentre ha detenuto il bond.

Per spiegare meglio il tutto, il corso secco può essere visto come la differenza fra il prezzo tel-quel e il rateo di interessi o dividendi.

Esempio di negoziazione al corso secco

Ipotizziamo che un BTP, ossia un bond governativo italiano con lunga scadenza, paghi cedole annuali del 5%, corrisposte tramite coupon semestrali del 2,5% lordo. La quotazione avviene a corso secco. Come si calcola il rateo da corrispondere al venditore?

Poniamo, per semplicità, che i premi siano pagati in data 1° gennaio e 1° luglio. Sempre a titolo di esempio, ipotizziamo che il bond venga venduto alla fine del primo trimestre (dopo 90 giorni). Il rateo sarà pari a 5%/365*90= 1,23287. Pertanto, al prezzo spot del prodotto occorrerà aggiungere l’1,23287%, l’ammontare di interessi maturato nei 90 giorni in cui il titolo è stato mantenuto in portafoglio dal precedente possessore del BTP.

Siccome sono a corso secco tutti i BTP, anche i BTP Valore (come quelli emessi nel 2024 dal Ministero dell’Economia e della Finanza) sono a corso secco. Il prezzo effettivo per il loro acquisto anche in questo caso sarà dato dal prezzo a corso secco più il rateo sulla quota interesse maturato fino a quel momento.

Tassazione in BTP e azioni

Per quanto riguarda l’aspetto fiscale, la tassazione di un’obbligazione statale, come i BTP, è pari al 12,5%, importo che andrà pagato alle casse dello Stato. Nei bond corporate, nelle azioni, così come nei dividendi azionari, nei certificates, la tassazione è invece al 26%.

Zero coupon bond

Come funzionano gli zero coupon bond? Si tratta di bond che non prevedono il pagamento di interessi o cedole. Il profitto dell’investitore è dato dallo scarto fra il prezzo di acquisto e il rimborso dell’obbligazione. Per esempio, ipotizzando un bond in acquisto a 97 e rimborso a 100 euro, il rendimento sarà rappresentato dalla differenza fra il 100 e 97, ossia 3 euro. In questo caso non fa quindi distinzione parlare di corso secco o prezzo tel-quel in quanto non sono previste cedole o dividendi.

Corso secco e prezzo tel quel – Conclusioni

Cosa sono quindi in parole semplici “corso secco” e “prezzo tel quel” in borsa? Riassumiamo in maniera semplice questi concetti.

  • Negoziazione a corso secco – È applicata nella negoziazione delle obbligazioni. Il prezzo spot non include il rateo di interessi o cedole maturati. Il compratore dovrà pertanto pagarli al venditore
  • Prezzo tel-quel – In questo caso, invece, ratei e dividendi maturati sono inclusi nel prezzo spot, che riflette l’esatto ammontare da pagare al venditore.
  • Come possiamo calcolare il prezzo tel quel? Operativamente il prezzo tel-quel è dato dalla somma di prezzo a corso secco e rateo.

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