Didattica di base Archivi - Investire-Certificati.it https://www.investire-certificati.it/category/formazione/didattica-di-base/ I migliori certificati di investimento li trovi su investire-certificati.it Mon, 06 Nov 2023 14:49:22 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.7.5 https://www.investire-certificati.it/wp-content/uploads/2021/06/cropped-android-chrome-192x192-1-32x32.png Didattica di base Archivi - Investire-Certificati.it https://www.investire-certificati.it/category/formazione/didattica-di-base/ 32 32 FED – La Banca Centrale Americana https://www.investire-certificati.it/fed-la-banca-centrale-americana-usa/ Fri, 06 Oct 2023 09:05:00 +0000 https://www.investire-certificati.it/?p=29483 Cos'è le Fed, cosa fa, a cosa serve, quali obiettivi ha, gli strumenti, la storia della Banca Centrale Americana: una delle Banche Centrali più importanti al mondo.

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Fed: Cosa è la Federal Reserve. Che cosa significa Federal Reserve System? Quali sono gli obiettivi e quali strumenti ha a disposizione la Fed. La storia della Banca Centrale americana, la più importante del mondo.

In questo periodo dove l’inflazione è tornata a crescere dopo oltre un decennio di tassi a zero, le manovre delle Banche Centrali stanno acquisendo un’importanza ancora più significativa. Andiamo a conoscere meglio la maggiore autorità in ambito finanziario americana: la Federal Reserve (Fed), che è attualmente governata da Jerome Powell.

Cosa significa Fed?

La Fed indica la Banca Centrale americana. Letteralmente l’abbreviativo sta ad indicare il “Federal Reserve System” che comprende l’intera struttura della Banca Centrale americana, uno dei pilastri economici degli States, che nei prossimi paragrafi approfondiremo meglio.

L’autonomia della Fed – la Banca Centrale americana

La Fed ha notevole autonomia: basti pensare che le sue decisioni sono indipendenti e non devono essere approvate dal Presidente americano o tantomeno da alcun organo con potere esecutivo. Inoltre non ci sono finanziamenti stanziati dagli enti con potere di governo e la durata della carica non è collegata a quella delle cariche elettive. Il presidente ed il Congresso non sono però del tutto esclusi dal processo decisionale: eleggono infatti numerosi membri della Fed, la Banca Centrale americana, come vedremo meglio in seguito.

Storia della Fed- la Banca Centrale americana

La Banca Centrale venne fondata il 23 dicembre 1913 dal Congresso Americano che emanò il Federal Reserve Act. La firma fu del Presidente dell’epoca: T. W. Wilson. L’operatività non fu immediata: arrivò solamente nel 1916. L’obiettivo era però di importanza fondamentale: l’America era in pieno sviluppo e aveva un importantissimo bisogno di capitale per foraggiare le casse pubbliche a causa della Prima Guerra Mondiale. Necessitava quindi di una Banca Centrale importante che garantisse stabilità al mercato finanziario e monetario.

Le prime banche centrali americane

Non tutti sanno che in realtà la Federal Reserve non è la prima Banca Centrale americana. La prima infatti venne fondata nel 1781 durante la guerra di indipendenza americana, contro il Regno Unito. Questa ebbe un ruolo notevole per il sostentamento delle armate rivoluzionarie americane, riuscendo nel non facile compito di garantire le risorse necessarie ai belligeranti. Non di poco conto fu l’aiuto francese, che contribuì notevolmente ad indebitare le casse regie. Questo supporto alla guerra americana, fu una delle concause della rivoluzione francese che si accese pochi anni dopo. Durante la guerra di liberazione americana vennero emessi anche i primi titoli di debito pubblico degli Stati Uniti.

dollaro

Finita la guerra ed ottenuta l’indipendenza si cercò di sviluppare la Banca Centrale, sulla base del modello inglese. La sua esistenza non sarebbe dovuta essere permanente, ma soltanto ventennale e completamente privata, quindi senza partecipazioni pubbliche. Questa banca perse gradualmente importanza e divenne, negli anni, una banca commerciale.

Una nuova banca centrale

Seguì una nuova Banca Centrale americana nel 1817 che generò dapprima molta inflazione (in quanto emise troppo denaro nel mercato) per poi dover adottare politiche restrittive per contenere i danni fatti al mercato, causando però disoccupazione e crollo del mercato immobiliare. Anche a causa di alcune vicissitudini non piacevoli, come la corruzione, anche questa banca non ebbe fortuna e per alcuni anni non ci fu nessuna Banca Centrale negli States.

Durante la guerra di Secessione americana vennero stampati i primi dollari a sfondo verde. Negli anni seguenti, fino all’alba della Prima Guerra Mondiale si succederanno alcune crisi che evidenzieranno la necessità di un’Autorità in ambito finanziario e monetario.

I primi anni della Fed – la Banca Centrale Americana

Il vero stimolo alla creazione della Federal Reserve venne con la crisi del 1907. In quei giorni, a seguito di speculazioni, la borsa di New York perse circa il 50% del proprio valore. Questo portò la popolazione alla richiesta della creazione di una banca centrale. A differenza delle sue predecessori, i poteri accordati alla nuova Banca Centrale americana erano notevoli. La Banca aveva il potere di immettere moneta nel sistema economico americano, poteva gestire i tassi di interesse e cercare di controllare l’inflazione. La neonata Fed, la nuova Banca Centrale americana, dovette da subito affrontare alcune delle più importanti sfide del Secolo Corto: le due Guerre Mondiali e la Grande Crisi del 1929 (dove la Fed non reagì con immediatezza, anche a causa di visioni differenti sul problema e quindi non limitando correttamente la crisi).

In piena Seconda Guerra Mondiale, nel 1944, venne firmato l’accordo di Bretton Woods. Questo meccanismo garantiva la convertibilità ad un tasso fisso tra dollaro americano ed oro e rimase attivo fino alla decisione di Nixon di ritirarsi dall’accordo nel 1971, quando di fatto arrivò la fine di Bretton Woods.

Nel corso degli anni le responsabilità e i poteri della Fed sono ulteriormente aumentati e definiti. Per esempio, con il Employment Act del 1946 si arrivò a stabilire tra gli obiettivi a carico della Banca Centrale anche la ricerca del pieno impiego.

Dal dopoguerra alla fine del Novecento: le azioni della Fed

dollari - fed - banca centrale usa

Dopo aver imposto un basso costo del denaro per tutta la Seconda Guerra Mondiale, per favorire la possibilità di indebitamento pubblico, la Fed decise di proseguire con questa politica per i primissimi anni del dopoguerra. Nel 1951 si decise di dividere la gestione del debito pubblico americano dalla gestione delle politiche monetarie. L’accordo di Bretton Woods condizionò la Fed, che dovette cercare delle soluzioni ai problemi della bilancia commerciale. Inoltre la Banca Centrale americana ritirò il sostegno alla politica per il debito pubblico, anche a seguito di bolle inflattive, salvo alcuni interventi per evitare un terribile default. L’operato non è però sempre stato impeccabile creando alle volte disoccupazione e soprattutto inflazione, come tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta.

Il nuovo secolo: l’operato della Fed – la Banca Centrale Americana

Con la crisi del 2007-2008, causata dalle perdite sui mutui immobiliari la Fed, la Banca Centrale americana si trovò ad affrontare una nuova importantissima sfida. Anche in questo caso la Fed non fu esente da colpe, sbagliando alcuni controlli sul mercato finanziario. I numerosi interventi, tra cui il famoso “quantitative easing” riportarono, lentamente, il mercato a nuovi equilibri. Anche a seguito di questa crisi, la Fed ha inoltre acquisito nuovi poteri di controllo, anche sulle società non bancarie.

Con l’avvento del Covid-19 la risposta della Federal Reserve non si è fatta attendere e ha fornito aiuti consistenti al mercato, contenendo gli effetti, anche grazie alle politiche pubbliche di una crisi che poteva rivelarsi ben più grave.

Purtroppo, le pesanti sfide dei primi anni Venti di questo secolo non sono banali. Con l’invasione russa e la successiva esplosione dei costi energetici, la riapertura post-lockdown e il blocco del canale di Suez si sono create delle forti correnti inflattive. La Federal Reserve attualmente sta rientrando con ritardo dalle politiche monetarie iper-espansive intraprese durante la pandemia. Con gli ultimi aumenti annunciati a luglio 2023, il tasso di interesse americano ha raggiunto la quota del 5,50%. Questa percentuale non si raggiungeva da 22 anni. Il governatore Powell non ha inoltre escluso un aumento ulteriore in un prossimo futuro, assicurando tuttavia che si cercherà di aspettare i risultati di questi primi 11 aumenti consecutivi del tasso di interesse dal 2022.

Gli obiettivi della Banca Centrale americana

Fed banca centrale dollaro

Gli obiettivi della Fed sono principalmente:

  • la stabilità dei prezzi,
  • la stabilità del sistema finanziario, bancario e monetario,
  • l’occupazione negli Stati Uniti ad ottimi livelli,
  • la bassa volatilità del tasso di interesse a lungo periodo,
  • la supervisione e di vigilanza e controllo del mercato finanziario e delle sue istituzioni.

Non è assegnata una gerarchia ai sopra citati obiettivi: questo garantisce un maggior margine d’azione alla Federal Reserve rispetto alla Bce (che ha come obiettivo principale il contenimento dell’inflazione al di sotto della quota del 2% annuo).

Infine la Fed, essendo la Banca Centrale americana, è incaricata anche dell’emissione dei dollari.

Come è strutturata la Fed

La Banca Centrale americana è organizzata secondo questa struttura: è presieduta da un’agenzia centrale indipendente, il Board of Governors, da dodici Federal Reserve Banks regionali, da dodici membri del Federal Open Market Committee (FOMC) e da alcuni economisti.

Il Board of Governors della Fed

Il Board of Governors, con sede a Washington, è composto da sette membri che vengono eletti dal Presidente americano che sono, in seconda battuta, confermati dal Senato. Gli eletti possono rimanere in carica fino a 14 anni. Il Presidente americano ha inoltre il potere di eleggere il governatore e il vice-governatore di questa istituzione. Jerome Powell è l’attuale presidente. Trump lo ha indicato nel 2018, mentre il vice è Philip N. Jefferson.

Le dodici Federal Reserve Banks della Fed – la Banca Centrale Americana

Le dodici Federal Reserve Banks hanno sede a Boston, New York, Philadelphia, Cleveland, Richmond, Atlanta, Chicago, St. Louis, Minneapolis, Kansas City, Dallas e San Francisco. L’elezione dei banchieri delle varie sedi è regolata da normative alquanto complesse.

Distretti FED
Fonte: www.federalreserve.gov

Il FOMC

Il Federal Open Market Committee, spesso abbreviato come FOMC, è costituito da dodici membri. I primi sette sono i membri del Board of Governors, il Presidente della Federal Reserve Banks di New York, mentre gli altri cinque sono eletti, a rotazione, tra i rimanenti membri della Federal Reserve Banks. Si tratta del braccio operativo di politica monetaria della Banca centrale americana.

Gli economisti della Banca Centrale Americana

Gli economisti devono di fornire aggiornamenti al Congresso sulla situazione finanziaria, monetaria ed economica del Paese. Inoltre elaborano alcuni rapporti, tra cui il famoso Beige Book (un report di aggiornamento che viene rilasciato otto volte all’anno).

Gli strumenti a disposizione della Fed

Gli strumenti messi a disposizione della Banca Centrale americana sono numerosi. I principali sono i seguenti: poter effettuare operazioni sui mercati, la gestione dei tassi di sconto e la gestione degli obblighi di riserva a carico delle istituzioni finanziare. La direzione degli ultimi due poteri sono a carico del Board of Governors, mentre il primo è invece a disposizione del FOMC.

Le operazioni a mercato aperto della Fed – la Banca Centrale

Le operazioni a mercato aperto sono uno degli strumenti più potenti a disposizione della Banca Centrale americana. Come detto, queste attività sono gestite dal FOMC che, nelle sue otto sedute annuali, gestisce gli interventi da effettuare. Queste operazioni sono le più efficaci per indirizzare la politica sui tassi di interesse. I principali interventi effettuati riguardano la compravendita dei titoli di Stato. Questo permette di perseguire l’obiettivo di spostare la domanda e l’offerta sui binari del tasso di interesse desiderato.

La gestione dei tassi di sconto

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La gestione dei tassi di sconto, come detto, è uno strumento in carico al Board of Governors. Legiferando in questa materia, come si sta facendo in questo momento di forte inflazione, la Fed sta cercando di contenere questo processo che danneggia l’economia. Le più colpite sono soprattutto le fasce più deboli della popolazione che non riescono (o almeno non riescono immediatamente) a farsi aumentare proporzionalmente i salari. Ma in cosa consiste praticamente la gestione dei tassi di sconto? Il Board of Governors fissano il tasso di Fed Funds rate, ovvero il tasso di interesse a brevissimo tempo. Questo significa che attraverso le politiche adottate dalla Fed il costo del denaro aumenta o diminuisce. Ovviamente questo è uno strumento utilissimo per la gestione della politica monetaria e finanziaria.

Gli obblighi di riserva

Un altro compito a carico del Board of Governors è la gestione degli obblighi di riserva. Questo consente alla Fed di imporre alle banche americane di depositare delle somme all’interno dei conti della Fed, la Banca Centrale americana. Questi depositi hanno la funzione di garantire la stabilità delle istituzioni finanziarie e scongiurare fallimenti e quindi nuove crisi, anche di portata internazionale e mondiale.

Per approfondire

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Price/earnings ratio https://www.investire-certificati.it/price-earnings-ratio/ Fri, 01 Sep 2023 12:25:00 +0000 https://www.investire-certificati.it/?p=29145 Cos’è il price/earnings ratio? Come si calcola il price earning ratio e cosa indica? Come si legge? Alcuni esempi pratici per capire il rapporto fra prezzo e utili aziendali a livello di azioni quotate in borsa. Price/earnings ratio: cos’è e come si calcola? Il Price/earnings ratio o prezzo/utile per azione indica il rapporto tra la […]

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Cos’è il price/earnings ratio? Come si calcola il price earning ratio e cosa indica? Come si legge? Alcuni esempi pratici per capire il rapporto fra prezzo e utili aziendali a livello di azioni quotate in borsa.

Price/earnings ratio: cos’è e come si calcola?

Il Price/earnings ratio o prezzo/utile per azione indica il rapporto tra la quotazione della singola azione e l’utile che l’azienda riesce a fornire all’azionista per singola azione. Può essere inoltre indicato come rapporto tra la capitalizzazione di una società e la quantità di utili prodotti. Spesso viene indicato con la sigla P/E.

Esistono due tipi di P/E: il “trailing P/E” che basa i suoi calcoli sui dati di consuntivo verificabili a bilancio ed il “forward P/E” (o P/E anticipato) che si basa sui dati previsti e quindi non certi, ma fornisce una possibile stima degli sviluppi futuri della società.

Cosa indica?

Il price/earnings ratio è un indice di quanto valore attribuisce il mercato agli utili contenuti in un’azione. Maggiore è il P/E, maggiore è il valore che il mercato attribuisce alle aspettative di futuri utili per l’azienda (e l’azione).

Come si legge il price/earnings ratio?

In un’ipotesi di utili costanti il P/E rappresenta l’indice temporale in cui l’investitore riuscirà a riottenere il capitale investito.

Perchè sale il P/E?

Come detto in precedenza un P/E in crescita può rappresentare una maggiore fiducia da parte del mercato al titolo, ma non sempre questo rappresenta un fattore positivo. In caso di diminuzione degli utili il P/E aumenta. Questo potrebbe comportare una diminuzione della quotazione di mercato.

Il P/E potrebbe inoltre salire a seguito di un aumento della domanda del titolo azionario in questione. Anche in caso di bolla azionaria il price earning sale. In questo caso l’aumento della domanda comporterebbe un aumento del prezzo dell’azione che farebbe aumentare, di conseguenza, il valore dell’indice.

Il price earning tende ad essere elevato nelle azioni growth, dove gli utili sono attesi in futuro. Solitamente nelle azioni value si attesta su valori più contenuti.

Perchè scende il P/E?

Una diminuzione del P/E potrebbe essere dovuta all’aumento degli utili, che essendo al denominatore comporterebbero un abbassamento dell’indice. Inoltre il price/earnings ratio potrebbe essere condizionato da una discesa del valore dell’azione.

Alcuni esempi pratici

Un primo facile esempio può essere rappresentato da un titolo che ha utili per azione di 2 euro e prezzo di mercato di 100 euro. Il price/earnings ratio sarà quindi pari a 100/2 ovvero 50. Se considera come valida l’ipotesi di utili costanti, allora gli investitori dovranno attendere 50 anni per recuperare il denaro investito attraverso gli utili.

Price Earnings

Un secondo esempio è il seguente: un’azienda è capitalizzata per 1 milione di euro, con azioni quotate un euro l’una e produce 100.000 euro di utile nell’esercizio. Questo comporta che sono presenti un milione di azioni e che quindi l’utile per azione è pari a 10 centesimi di euro. Il P/E è da calcolarsi quindi come (0,10/1)= 0,10. Gli investitori, nell’ipotesi di utili costanti, riusciranno a rientrare del loro investimento quindi in 10 anni.

Pregi del price/earnings ratio

Il price/earnings ratio è sicuramente un indice utile all’analisi preventiva all’acquisto di un titolo. Il successo di questo indice è dovuto alla facilità di calcolo che lo rende facilmente fruibile a chiunque ed alla correlazione tra il costo dell’azione e i risultati ottenuti.

Difetti del price/earnings ratio

Bisogna però sempre prestare attenzione al fatto che non sempre le aspettative del mercato sono basate su elementi razionali e tangibili. Il titolo potrebbe essere condizionato dalla sopravvalutazione del valore reale dell’azienda o di alcuni sui assets e quindi il rischio di incorrere in un errore di valutazione è reale.

Inoltre, in base alle politiche aziendali riguardanti la contabilità (in particolare degli ammortamenti e degli accantonamenti), l’utile potrebbe aumentare o diminuire influendo significativamente su P/E.

Bisogna poi rilevare uno sfasamento temporale tra l’utile conseguito in un periodo e il momento in cui si visiona il valore del titolo. In questo periodo potrebbero essere accadute alcune importanti novità capaci di cambiare drasticamente il valore reale dell’azienda. Per ridurre queste variazioni, per le start-up e per le aziende in forte sviluppo è più significativo l’indice “Price/Earning to Growth” (PEG) che considera il tasso di sviluppo annuale degli utili di un’azienda.

Conclusioni

Il price/earnings ratio è indubbiamente uno degli indici più utilizzati nelle analisi delle società. Bisogna sempre ricordare che è soltanto uno degli indicatori che si posso utilizzare e, prima di decidere di procedere all’acquisto di un titolo, è necessario effettuare un’analisi a tutto tondo dell’azienda.

Per approfondire

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Differenza tra ETF e Certificates https://www.investire-certificati.it/differenza-tra-etf-e-certificates/ Tue, 09 Feb 2021 09:46:00 +0000 https://www.investire-certificati.it/?p=1498 Qual è la differenza fra ETF e Certificates? Quali sono i punti in comune e quali gli elementi che differenziano ETF e Certificati? Come funziona la tassazione in questi prodotti finanziari? E soprattutto, conviene investire in ETF o in Certificates?  Esaminiamo in questo articolo vari aspetti relativi a queste tematiche. Spetterà chiaramente all’investitore decidere se […]

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Qual è la differenza fra ETF e Certificates? Quali sono i punti in comune e quali gli elementi che differenziano ETF e Certificati? Come funziona la tassazione in questi prodotti finanziari? E soprattutto, conviene investire in ETF o in Certificates?  Esaminiamo in questo articolo vari aspetti relativi a queste tematiche.

Spetterà chiaramente all’investitore decidere se siano i Certificates o gli ETF (o nessuno dei due) lo strumento maggiormente adatto al proprio portafoglio di investimenti.

ETF e Certificates – Definizione

Per la definizione approfondita dei vari strumenti rimandiamo alle rispettive pagine su ETF e Investment certificates. Anche sul sito di BorsaItaliana è presenta una descrizione dei vari prodotti ETF. Qui ci limitiamo a rapide definizioni di ETF e Certificates.

Gli ETF (Exchange Traded Funds) sono dei fondi a replica passiva.  Sono strumenti che replicano l’andamento del sottostante ossia dell’attività finanziaria alla quale sono collegati. Derivano il loro prezzo dall’andamento del sottostante cui fanno riferimento. In altre parole, la performance di un investimento con ETF sarà data dal comportamento del sottostante, che può essere di vario genere. L’ETF potrà infatti essere legato ad un indice azionario, così come ad una materia prima, come oro o petrolio, o a una coppia di valute, piuttosto che a un paniere di vari strumenti finanziari.

Gli ETF sono caratterizzati da bassi costi di gestione, in quanto fondi a replica passiva. Questo è un altro elemento che li rende attraenti per gli investitori.

ETF DEFINIZIONE
Cosa sono gli ETF e come funzioano gli ETF?

Gli investment certificates, invece, sono strumenti derivati cartolarizzati che permettono all’investitore di investire su un’ampia gamma di sottostanti. Sono divisi in varie categorie: possono essere a capitale protetto, a capitale condizionatamente protetto, ma esistono anche i certificates a leva.

Inoltre, possono prevedere lo stacco di cedole mensili o trimestrali che rappresentano l’eventuale profitto dell’investitore. È altresì possibile che siano negoziati a sconto, ossia sotto la pari. Un certificato di investimento può prevedere un premio al rimborso al verificarsi di determinate condizioni.

Sono emessi da un market maker, che ne garantisce la liquidità sul mercato Sedex di Borsa Italiana o su Euro TLX. I certificates presentano il rischio controparte, ossia il rischio emittente, ma al tempo stesso hanno il vantaggio di essere fiscalmente efficienti. Permettono infatti la compensazione di precedenti minusvalenze.

La Leva in Certificati ed ETF

Sia i certificates che gli ETF possono essere a leva (anche se non necessariamente lo sono). La leva presente negli ETF è generalmente contenuta (di solito massimo x2 o x3), facendo sì che siano prodotti più adatti ad investimento di lungo termine.

Alcuni certificati (si pensi ad esempio ai Turbo 24 di IG, negoziabili 24 ore al giorno),  hanno leve variabili che possono pertanto essere anche elevate, rendendoli veri e propri strumenti di trading.

Va poi sottolineato come sia gli ETF che i Certificates possono essere sia impostati al rialzo che al ribasso (nel caso dei certificati di investimento avremo dunque i “reverse certificates”, mentre parlando di ETF, avremo gli ETF Short).

Differenze fra ETF e Certificates

ETF e Certificates sono strumenti finanziari differenti, anche se vi sono numerosi punti in comune. Con i certificates può essere possibile ottenere dei profitti anche se il sottostante si muove in direzione opposta a quella ipotizzata, a patto che non vengano superate determinate barriere. Per esempio, potrebbero esserci delle barriere posizionate al 60% rispetto al prezzo iniziale. Nel caso in cui alla scadenza del prodotto il sottostante avesse accusato una flessione del 20%, l’investitore otterrebbe egualmente un profitto, in quanto si troverebbe al di sopra del livello barriera.

L’investitore con i certificates di norma rinuncia ai dividendi. Con gli ETF i dividendi possono essere distribuiti agli investitori oppure essere accumulati nel patrimonio dell’ETF stesso.

Per le loro caratteristiche, gli ETF tendono ad essere maggiormente adatti ad investimenti di lungo termine. Anche taluni certificates lo sono, ma non tutti. Vi sono infatti veri prodotti di trading, come i turbo certificates.

certificati cedola

La tassazione negli ETF e nei Certificates

Un ulteriore elemento di differenziazione è legato all’efficienza fiscale dei certificates che permettono la compensazione di eventuali minusvalenze pregresse, subite anche con altri strumenti finanziari, come Forex, CFD o obbligazioni. Pertanto, se un investitore avesse una minusvalenza pari a 1.000 euro, eventuali cedole distribuite da un certificato di investimento fino a tale importo non sarebbero soggette alla tassazione del capital gain. Lo sarebbero invece i dividendi staccati da un ETF. Non sarebbero inoltre tassate (fino a tale ammontare) plusvalenze ottenute su certificates dalla vendita del prodotto ad un prezzo superiore rispetto a quello di acquisto.

Lo sarebbero invece quelle derivanti da  plusvalenze su ETF o dividendi staccati da ETF dove non è possibile la compensazione con precedenti minusvalenze.

Va ricordato come la tassazione sia su certificates che su profitti derivanti da investimenti effettuati tramite ETF sia al 26%.

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Quando Comprare una Azione? https://www.investire-certificati.it/quando-comprare-una-azione/ Sat, 20 Jun 2020 11:20:13 +0000 https://www.investire-certificati.it/?p=1398 Quando comprare e quando vendere un’azione in borsa? Una delle domande che si pongono gli investitori riguarda il timing, ossia il momento di acquisto in ingresso e l’uscita da un’operazione di investimento in borsa. L’analisi che presentiamo esamina appunto alcuni parametri per valutare quando acquistare e quando vendere un’azione. Quando comprare un’azione? Non esistono criteri […]

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Quando comprare e quando vendere un’azione in borsa? Una delle domande che si pongono gli investitori riguarda il timing, ossia il momento di acquisto in ingresso e l’uscita da un’operazione di investimento in borsa. L’analisi che presentiamo esamina appunto alcuni parametri per valutare quando acquistare e quando vendere un’azione.

Quando comprare un’azione?

Non esistono criteri oggettivi e universalmente riconosciuti per decidere quando è il momento idoneo per definire quando acquistare o vendere un’azione. Le chiavi di lettura, tecniche e fondamentali, del mercato, sono infatti molteplici e dipendono sia da aspettative razionali sia da interpretazioni soggettive degli operatori del mercato di borsa. Esistono tuttavia alcuni parametri che vengono frequentemente utilizzati per valutare le singole società ed impostare la propria operatività nell’acquisto e nella vendita di azioni.

Utili e dividendi

In ottica di medio periodo, ad esempio, un fattore frequentemente utilizzato per giudicare la bontà di un’azione si fonda sugli utili generati e sui dividendi distribuiti agli azionisti, ossia ai possessori di un titolo. Il dividendo, in particolare, viene confrontato con il prezzo di acquisto per ottenere il rendimento annuo dell’azione (il cosiddetto dividend yield).

Se, ad esempio, Eni quota attorno a 10 euro e stacca un dividendo annuo pari a 0,50 euro avrà un dividend yield del 5% annuo (ottenuto dividendo 0,5 euro per 10 euro). Se invece staccasse un dividendo pari a 0,80 euro, il dividend yield salirebbe all’8%.

Valutare il rendimento

Questo valore viene poi confrontato sia con il valore medio che offre l’indice azionario di riferimento (nel nostro esempio l’indice FtseMib) sia rispetto ad altre società dello stesso settore (sempre nel nostro esempio il comparto energetico) sia rispetto al rendimento di obbligazioni di media scadenza (tipicamente il Btp a 10 anni): ciò consente di valutare se il rendimento offerto dal titolo azionario può essere interessante, almeno in termini relativi prima di eventualmente decidere di acquistare un’azione.

Come valutare quando comprare un’azione

Il price earning è un secondo fattore esaminato per decidere quando comprare e quando vendere un’azione. Si tratta del rapporto tra il prezzo di borsa e l’utile per azione (P/E, dall’inglese Price/Earnings). Quest’ultimo indica quanti anni occorrono per recuperare, da un punto di vista monetario, il prezzo pagato (nell’ipotesi che l’azione sia in grado di garantire un flusso costante di utili pari a quelli presi in considerazione).

In generale: più il P/E è basso, più il titolo è conveniente; più il P/E è elevato, più il titolo è caro. Storicamente un valore medio discriminante si colloca attorno a 18-20. In particolare: se un titolo quota con un P/E inferiore a 15 viene considerato a sconto mentre se il suo P/E è superiore a 25 viene considerato costoso ed è quindi meno conveniente, in linea teorica, comprare quell’azione.

Alcuni parametri per valutare quando comprare e quando vendere un’azione in borsa

Altri parametri

Ci sono poi altri parametri (cosiddetti “multipli di prezzo”) che confrontano il prezzo di mercato dell’azione con altri fattori di tipo fondamentale. Il primo è il multiplo prezzo/cash flow (prezzo/flussi di cassa) e calcola il rapporto tra il prezzo di borsa e i flussi monetari generati dalla gestione aziendale.

Il secondo è il rapporto tra il prezzo e il patrimonio netto (in inglese Price/Book value) e confronta la capitalizzazione di borsa del titolo (che deriva dal prezzo di mercato) e il patrimonio netto della società. Un valore inferiore all’unità segnala una potenziale sottovalutazione del titolo, poiché la capitalizzazione è inferiore al suo “valore di libro”. Un terzo indicatore frequentemente utilizzato è il ROI (Return On Investment), ottenuto come rapporto tra il reddito operativo e l’attivo patrimoniale e che riflette la redditività della gestione aziendale.

Quando comprare un’azione: conclusioni

Non esistono regole oggettive che consentono di definire in modo assoluto la bontà di un investimento in azioni ed il timing di acquisto o vendita dell’azione. È chiaro tuttavia che, in un’ottica di medio termine, tra un primo titolo che presenta un multiplo P/E pari a 28 e un dividendo dell’1,5% e secondo titolo che presente invece un P/E di 12 e un dividendo del 4,5%, in linea teorica convenga sicuramente quest’ultima azione. Nel breve termine, invece, i fattori possono essere differenti, con il mercato azionario spesso mosso anche da oscillazioni tecniche e da maggiori speculazioni, che nel lungo termine tendono a venire assorbite dal mercato. Come visto, i fattori che muovono i prezzi di un’azione sono molteplici. L’investitore deve quindi considerarli attentamente per valutare se acquistare in borsa azioni.

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Cosa è l’Indice Vix e Come Funziona? https://www.investire-certificati.it/cosa-e-lindice-vix-e-come-funziona/ Sat, 04 Jan 2020 11:44:34 +0000 https://www.investire-certificati.it/?p=843 Si parla spesso dell’indice Vix, definito anche come indice della paura. Nell’analisi seguente proveremo a comprendere il funzionamento del Vix e le ragioni di tale nome, nonché le possibili applicazioni di questo indicatore legato alla volatilità e di come possa essere utilizzato dagli investitori per muoversi sui mercati finanziari. Cosa è l’indice Vix e come […]

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Si parla spesso dell’indice Vix, definito anche come indice della paura. Nell’analisi seguente proveremo a comprendere il funzionamento del Vix e le ragioni di tale nome, nonché le possibili applicazioni di questo indicatore legato alla volatilità e di come possa essere utilizzato dagli investitori per muoversi sui mercati finanziari. Cosa è l’indice Vix e come funziona?

L’indice Vix: definizione

L’indice Vix è uno dei più utilizzati dagli analisti tecnici per evidenziare possibili situazioni di stress presenti sui mercati finanziari. L’indicatore Vix è spesso conosciuto anche come indice della volatilità o indice della paura. Il nome Vix deriva da CBOE Volatilty Index.

L’indicatore Vix: la storia

In origine il Vix Index rappresentava la volatilità implicita di un’ipotetica opzione at-the-money sull’S&P100 con 30 giorni alla scadenza. Dal 2003 è stata cambiata la metodologia di calcolo con il Vix (Spot) che adesso misura attraverso una media ponderata la volatilità implicita a breve termine (30 giorni), il tutto attraverso una serie di opzioni teoriche sull’indice S&P500 quotate sul CBOE (il Chicago Board Options Exchange).

Le caratteristiche del Vix Index

Prima di spiegare quali sono le informazioni che l’indice VIX ci può fornire è opportuno descriverne le caratteristiche più importanti. Anzitutto il Vix (Implied Volatility Index) si basa sulla volatilità implicita calcolata sul mercato delle opzioni, che è ben diversa dalla volatilità storica utilizzata dai tipici oscillatori tecnici (ad esempio l’Average True Range e la Bande di Bollinger) e che può essere definita come la deviazione standard a X giorni dei rendimenti passati.

Questo è dovuto al fatto che le opzioni hanno una “volatilità implicita” (spesso indicata con la lettera greca “sigma”, σ); esprime l’aspettativa futura circa i futuri movimenti di prezzo del sottostante (ad esempio di un indice azionario piuttosto che di un’azione). Se gli operatori si aspettano maggiore variabilità dei prezzi in futuro (e quindi una maggiore volatilità), aumenta il premio/costo che il compratore di opzioni deve pagare per avere l’opportunità di comprare o vendere (call/put) il sottostante in futuro ad un prezzo oggi prestabilito.

La volatilità storica e la volatilità implicita sono pertanto differenti (sebbene siano in qualche modo correlate); la prima rappresenta la variazione dei rendimenti passati, mentre la seconda esprime l’aspettativa di variazione dei prezzi in futuro.

Vix: l’indice della paura

Il VIX talvolta viene chiamato “indice della paura” in quanto misura l’aspettativa circa la futura volatilità dell’indice S&P 500 e, di conseguenza, delle azioni che lo compongono. Questo perché volatilità significa “escursione/alternanza dei movimenti compiuti dai prezzi nel corso di un certo intervallo temporale” e questi movimenti potrebbero essere sia al rialzo sia al ribasso.

In generale, tuttavia, la volatilità aumenta in modo importante soprattutto durante le fasi di discesa del mercato azionario. L’indicatore Vix può essere pertanto definito come un indice che misura indirettamente (ossia tramite le opzioni) lo stato di paura o di serenità degli operatori. La relazione rispetto al sottostante è inversa: in particolare un alto valore del Vix viene raggiunto quanto si verificano brusche ondata ribassiste sui mercati azionari (panic selling) ed il sentiment generale è di paura/tensione.

Come facilmente immaginabile, il Vix Index ha toccato i suoi massimi storici nella crisi finanziaria del 2007-2009, per poi rimanere su valori decisamente più contenuti negli ultimi anni. Ancora oggi eventuali movimenti rialzisti dell’indice Vix sono considerati dagli investitori come un chiaro campanello d’allarme sui mercati finanziari.

Grafico Vix Index: si vedono i massimi toccati negli anni della crisi finanziaria

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Un libro sul Trading Online https://www.investire-certificati.it/un-libro-sul-trading-online/ Wed, 11 Dec 2019 20:44:44 +0000 https://www.investire-certificati.it/?p=802 Guida pratica al trading: nuovo libro per chi investe Un nuovo libro sul trading online, una chicca per gli investitori, con la firma di Gianluca Defendi. È uscito il nuovo libro “Guida pratica al trading”, Hoepli editore (in collaborazione con Milano Finanza). Si tratta di un volume adatto all’investitore che vuole affrontare in modo consapevole […]

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Guida pratica al trading: nuovo libro per chi investe

Un nuovo libro sul trading online, una chicca per gli investitori, con la firma di Gianluca Defendi. È uscito il nuovo libro “Guida pratica al trading”, Hoepli editore (in collaborazione con Milano Finanza).

Si tratta di un volume adatto all’investitore che vuole affrontare in modo consapevole il mondo dei mercati finanziari.

Nei primi capitoli del libro vengono delineati i principi di base da cui partire per poter costruire la propria operatività: definire l’orizzonte temporale di riferimento, conoscere le caratteristiche degli strumenti finanziari sui quali l’investitore intende operare, dotarsi di una valida metodologia operativa, valutare il profilo di rischio legato all’investimento che si intende effettuare.

Un libro per tutti gli investitori

Gianluca Defendi, analista di Milano finanza, descrive i servizi offerti dai principali broker online, le più importanti piattaforme di trading, le caratteristiche dei vari strumenti finanziari (partendo dalle azioni, per proseguire con i future, ma anche ETF, CFD e Forex) e dei vari indici di riferimento delle borse mondiali.

In questa sezione, ricca di informazioni e suggerimenti, viene fornita, ad esempio, una accurata e puntigliosa descrizione di:

  • varie tipologie di ETF (long/short, benchmark/a leva),
  • il funzionamento degli ETF, quello dei future (i margini da versare, il valore di un tick,
  • il rollover),
  • le principali caratteristiche dei cross valutari (Forex) e
  • la spiegazione della loro importanza sia per il trading di breve termine sia per un’analisi intermarket di più ampio respiro.

Ci sono dunque numerose informazioni interessanti per i trader e gli investitori.


Un libro per chi fa trading online

Si tratta senza dubbio di un libro completo per chi si avvicina al trading online. Nel volume, infatti, dopo la descrizione di alcune strategie operative (che utilizzano un mix di analisi grafica, quantitativa e volumetrica) c’è la spiegazione di alcune regole di money management e un’analisi dei vari aspetti psicologici che spesso influenzano le decisioni del trader-investitore.

Nella parte finale del libro viene poi descritto come il trader deve affrontare una giornata sui mercati finanziari, con l’indicazione degli elementi chiave da considerare: il posizionamento del prezzo di apertura, la diffusione dei dati macro, l’apertura pomeridiana di Wall Street e degli indici americani, il comportamento del mercato in fase di chiusura.

Dove acquistare il nuovo libro

Il libro (di oltre 280 pagine e interamente a colori) è disponibile nelle migliori librerie fisiche e online.

Si tratta del terzo volume realizzato dall’analista di Milano Finanza, che ha studiato un vero e proprio percorso di avvicinamento al mondo dei mercati finanziari per l’investitore. Il libro di Gianluca Defendi è acquistabile anche online su Amazon (a questo link).

libro trading
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L’Opzione Quanto nei Certificates https://www.investire-certificati.it/lopzione-quanto-nei-certificates/ Mon, 07 Oct 2019 20:55:28 +0000 https://www.investire-certificati.it/?p=640 Cosa sono i certificati con “l’opzione quanto”? Ed ancora, l’opzione Quanto nei certificates è conveniente per l’investitore? Ecco alcune delle domande cui tenteremo di rispondere in questa guida che esamina questa specificità di alcuni certificati di investimento. Con “opzione quanto” viene indicata la protezione offerta all’investitore sul rischio di cambio, sia che si tratti di […]

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Cosa sono i certificati con “l’opzione quanto”? Ed ancora, l’opzione Quanto nei certificates è conveniente per l’investitore? Ecco alcune delle domande cui tenteremo di rispondere in questa guida che esamina questa specificità di alcuni certificati di investimento.

Con “opzione quanto” viene indicata la protezione offerta all’investitore sul rischio di cambio, sia che si tratti di un certificato da investimento su una singola azione (denominata in un’altra valuta), che un paniere di azioni, una materia prima o un altro strumento.  

L’opzione quanto nei certificati di investimento

I certificati da investimento con incorporata l’opzione quanto sono quindi caratterizzati dal fatto che la performance del certificato in questione è influenzata soltanto dall’andamento del sottostante nel suo mercato di riferimento e non dall’andamento del cambio.

In altre parole, un certificato su Tesla non sarà influenzato dall’andamento del cambio euro dollaro, ma soltanto dai movimenti registrati dal sottostante, in questo caso il titolo Tesla. Un discorso analogo potrebbe essere fatto su un certificato di investimento avente come sottostante il petrolio: se fosse presente l’opzione quanto, il valore del certificato non sarebbe influenzato dall’andamento del cambio, ma soltanto dalla performance netta del greggio in dollari.

L’opzione quanto è conveniente?

Non è chiaramente possibile determinare univocamente se “l’opzione quanto” sia conveniente o meno per l’investitore. Infatti, questo dipende da quello che è l’andamento del cambio nel periodo in cui il certificato di investimento viene detenuto.

Esempi

Per esempio, senza la presenza dell’opzione quanto, se lo strumento che funge da sottostante è quotato in dollari, una discesa della banconota verde nei confronti dell’euro, potrebbe essere sfavorevole per l’investitore europeo. Viceversa, l’apprezzamento del dollaro nei confronti dell’euro, determinerebbe un maggior valore del sottostante in euro per via dell’effetto cambio.

Con la presenza dell’opzione quanto sul certificato questa distorsione del valore del certificato (che può essere positiva o negativa) viene meno, facendo sì che la performance sia esclusivamente da correlarsi con l’andamento del sottostante cui fa riferimento il certificato di investimento.

Nel caso in cui il valore della valuta in cui è denominato il sottostante dovesse scendere (deprezzamento del dollaro per esempio per un certificato su un’azione americana o su una materia prima denominata appunto in dollari statunitensi) tale effetto negativo per l’investitore sarebbe annullato.

Parimente, però, un eventuale apprezzamento del dollaro, che determinerebbe un potenziale profitto aggiuntivo per il possessore del certificato senza la presenza dell’opzione quanto, sarebbe annullato dalla presenza dell’opzione quanto.

investire

L’opzione quanto e il rischio cambio

In estrema sintesi l’opzione quanto sui certificates è conveniente per chi vuole evitare la questione valutaria in quanto crede che il sottostante in questione possa apprezzarsi, mentre vi siano rischi legati alla valuta o semplicemente che questa possa in qualche modo deprezzarsi, peggiorando quindi la performance netta realizzata dal sottostante cui fa riferimento il certificato di investimento.

L’opzione quanto non è invece consigliata se si hanno aspettative positive (di apprezzamento) sulla valuta in cui è determinato il sottostante (o i sottostanti) che sono alla base del certificato di investimento acquistato per il proprio portafoglio.

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I Certificati d’Investimento – Definizione e Caratteristiche https://www.investire-certificati.it/i-certificati-dinvestimento-definizione-e-caratteristiche/ Thu, 15 Aug 2019 06:35:05 +0000 https://www.investire-certificati.it/?p=160 Cosa sono i certificati di investimento? Definizione e caratteristiche, cosa è un “certificate”? Cosa sono i “leverage certificates”? Cosa sono i “certificati a leva fissa”? La definizione e le caratteristiche dei “certificates a capitale protetto”, i migliori certificates. A queste ed a molte altre domande troverete risposta in queste pagine con un focus su questa […]

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Cosa sono i certificati di investimento? Definizione e caratteristiche, cosa è un “certificate”? Cosa sono i “leverage certificates”? Cosa sono i “certificati a leva fissa”? La definizione e le caratteristiche dei “certificates a capitale protetto”, i migliori certificates. A queste ed a molte altre domande troverete risposta in queste pagine con un focus su questa tipologia di prodotti di investimento.  

Cosa sono i Certificati di investimento? 

Certificati d’Investimento – Definizione e Caratteristiche. Che tipo di strumenti finanziari sono? I certificati di investimento, “investment certificates”,  o semplicemente “certificati”, sono strumenti finanziari con differenti profilo di rischio e differenti profili di rendimento. I certificati di investimento sono caratterizzati da una grande varietà di profili, che permettono ad ogni investitore di ottenere soluzioni diversificate.

I certificati di investimento sono degli strumenti derivati cartolarizzati (ossia il frutto di una combinazione strutturata di strumenti differenti in un medesimo titolo), negoziabili sul mercato Sedex o l’EuroTLX, due mercati specializzati in certificati di investimento

I certificates sono valori mobiliari

Cosa sono i certificati di investimento? Per definizione sono valori mobiliari, negoziati su mercati regolamentati, la cui liquidità è garantita dall’emittente  (che si pone sia in acquisto che in vendita ovviamente con uno spread fra i due). Al verificarsi di determinate condizioni di mercato sul sottostante – o sui sottostanti – cui fa riferimento il certificato, l’investitore riceve alcuni benefici; questi possono variare da una cedola bonus a un flusso cedolare costante nel tempo, così potrebbe esserci un rimborso parziale o totale dell’investimento anticipato.

Certificati ed emittente

L’emittente garantisce i certificati di investimento;  sono infatti strumenti finanziari emessi da una società (l’emittente) che si impegna a pagare a chi investe i flussi pattuiti nel prospetto informativo del certificato; ciò a patto che si realizzino le condizioni ivi menzionate. Il loro profilo, particolarmente vario, può rendere i certificati d’investimento una valida alternativa per investire sulla specifica azione (o indice, o materia prima o altro strumento finanziario) cui sono collegati.

L’elevato numero di sottostanti disponibili tramite i certificates permette di investire su asset class, ma anche su mercati altrimenti difficilmente raggiungibili, con il vantaggio di ottenere una diversificazione del portafoglio.

investire certificati

Certificati su azioni

I certificati d’investimento possono avere  come sottostante un’azione. L’acquirente del certificato d’investimento rinuncia al dividendo, ottenendo in cambio determinati vantaggi. Tra questi ultimi i premi aggiuntivi al verificarsi di determinate condizioni, come un flusso cedolare. Ma anche la possibilità di ottenere un rendimento positivo anche nel caso in cui l’azione perda una determinata percentuale, senza però arrivare a infrangere la barriera dei certificati. Soltanto in tal caso l’investitore sarebbe esposto alle fluttuazioni del mercato, perdendo la protezione del capitale che è invece offerta nel caso di moderati ribassi a patto che la barriera non sia infranta.

Investment Certificates di Borsa Italiana

Borsa italiana, in un documento dal titolo “Investment Certificates” realizzato in collaborazione con il Sedex, presentava i certificati di investimento così: I certificati di investimento rappresentano una famiglia molto ampia di prodotti finanziari innovativi e particolarmente efficienti.

Da quando sono stati introdotti in Italia, i certificati sono cresciuti significativamente e rappresentano una quota crescente del patrimonio dei risparmiatori. Grazie alla loro flessibilità e adattamento ai sottostanti, grazie al fatto che incorporano nuove strategie di investimento, sono strumenti ideali per l’ottimizzazione del portafoglio.

Dove sono quotati? I certificati sono quotati sul mercato SeDeX di Borsa Italiana  o sull’Euro TLX, sempre gestito da Borsa Italiana. Sono pertanto facilmente accessibili ad ogni investitore grazie alle moderne piattaforme di investimento per il trading online.

Certificati in costante crescita

Da quando sono stati introdotti in Italia, i certificati di investimento sono cresciuti significativamente e rappresentano una quota crescente del patrimonio dei risparmiatori. Grazie alla loro flessibilità e adattamento ai sottostanti unitamente alla possibilità di incorporare nuove strategie di investimento, sono strumenti ideali per l’ottimizzazione del portafoglio. Le quotazioni dei certificati di investimento sono pubblicate in borsa sul mercato SeDeX e sono facilmente accessibili ad ogni investitore”.

Come funzionano i certificati di investimento

Il funzionamento di questi strumenti derivati è semplice. Queste tipologie di certificati di investimento sono dunque da esaminarsi sotto molteplici punti di vista, in quanto sono legati alla direzionalità del sottostante; inoltre sono legati al tipo di protezione offerta a chi investe. Esistono quelli a capitale garantito, ma anche quelli a capitale condizionatamente garantito, piuttosto che i certificati a leva.

Sono ovviamente da considerarsi anche le cedole o i coupon distribuiti durante la vita dello strumento, che possono avere un peso variabile a seconda del certificato di investimento in questione.

Gli emittenti dei certificati di investimento

Alle spalle di un certificato da investimento c’è sempre una banca o una società emittente, che cura appunto l’emissione del prodotto. Come accennato, i certificati di investimento sono generati grazie ad una serie di strumenti finanziari, nello specifico opzioni (call e put), legate allo strumento in questione; quindi permettono alla società emittente di coprirsi per i certificati di investimento emessi.

I certificati possono essere generati da varie tipologie di opzioni, sia “plain vanilla”, quelle standard, che le cosiddette opzioni “esotiche”, nel caso in cui all’interno del certificato di investimento siano state inserite clausole specifiche.

Le Caratteristiche dei Certificati: le Barriere

Un’altra caratteristica particolarmente interessante dei certificati è legata alle cosiddette barriere, che possono trovarsi sia nei certificati al rialzo che in quelli al ribasso. Facciamo l’ipotesi su un certo titolo azionario dal valore 100 euro; potrebbe esistere un certificato che paga il 10% annuale (sempre per ipotesi esemplificativa, con una cedola dello 0,833% mensile); a patto che la barriera di -40% non venga infranta nel periodo definito nel prospetto informativo del certificato. Da notare come la barriera possa essere sia continua, ossia osservata durante l’intera vita del derivato strutturato, oppure discreta, con osservazione soltanto alla scadenza dei certificates. Chiaramente questo secondo caso aumenta le possibilità di successo del certificato di investimento, con minori probabilità che l’evento barriera sia verificato.

Barriera infranta?

Se la barriera dovesse essere infranta, l’acquirente del certificato di investimento si troverebbe ad incappare in una perdita, potenzialmente pari alla discesa del titolo o del sottostante in questione (quindi ad un -46% corrisponderebbe una perdita di 46 euro); oppure potrebbero esserci meccanismi come l’airbag per limitare la perdita.

Va tuttavia sottolineato come l’investitore otterrebbe un profitto netto sia nel caso in cui il sottostante si dovesse apprezzare, che nel caso in cui dovesse perdere una qualsiasi percentuale compresa fra 0 e 40%.

Calo limitato del sottostante

In altre parole, anche con un ipotetico calo del sottostante del 20-30%, il certificato di investimento determinerebbe un flusso positivo per l’investitore. Il medesimo discorso può essere applicato per i certificati con barriera posizionata in alto, ossia per esempio 130 o 150% del valore attuale (questi prodotti sono spesso definiti “inverse certificate” o “reverse certificates”).

In questo caso l’investitore assume una posizione che determinerà un rendimento positivo a patto che il sottostante non salga rispettivamente del 30 o del 50% rispetto al prezzo di osservazione iniziale. Si ottiene quindi un profitto a patto che non vi siano salite dei sottostanti oltre un predeterminato livello.

Capitale condizionatamente protetto

Questi certificati da investimento rientrano nella categoria dei certificati con capitale condizionatamente protetto (ossia protetto a patto che il sottostante non si muova contro la direzione ipotizzata di una determinata percentuale).

Sempre esemplificando la composizione dei certificati di investimento possiamo immaginare un “bonus certificate” come la somma di due strumenti; uno legato al sottostante ed un’opzione barriera con uno strike ad un prezzo superiore rispetto al prezzo osservato alla nascita del certificato.

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