Petrolio e inflazione, nuova tensione sui mercati

Nella mattinata del 9 settembre, le quotazioni del petrolio tornano al centro dell’attenzione dei mercati finanziari: il WTI si muove sopra i 95 dollari al barile, mentre il Brent ha raggiunto la soglia psicologica dei 100 dollari. Un livello che riaccende le preoccupazioni degli investitori, soprattutto per le possibili ricadute sull’inflazione globale e sulle prossime mosse delle banche centrali.

Il rialzo del greggio arriva in un contesto di tensioni geopolitiche e di nuove incertezze sul fronte dell’offerta. Il petrolio, cioè il greggio estratto allo stato naturale prima della raffinazione, resta una delle materie prime più sensibili agli shock politici e militari, oltre che alle dinamiche della domanda mondiale.

In questo quadro, WTI e Brent, i principali benchmark del mercato petrolifero internazionale, tornano a muoversi su livelli elevati. Il Brent, in particolare, è il riferimento più osservato dai mercati globali perché riflette in modo più diretto le tensioni sui flussi energetici internazionali.

Prezzi in rialzo e timori di carenza di offerta

Come osserva Ipek Ozkardeskaya, Senior Analyst di Swissquote, il clima sui mercati resta debole mentre il petrolio continua a salire e a occupare le prime pagine. Le notizie legate alle tensioni in Medio Oriente e ai timori su possibili interruzioni delle forniture stanno alimentando un classico scenario da carenza di offerta, in cui i prezzi spot tendono a salire più rapidamente dei future.

risalita quotazione Brent
Prezzo del Brent nell’ultimo mese

Secondo l’analista, il mercato si sta muovendo in una fase in cui gli investitori preferiscono avere il petrolio “oggi” piuttosto che rischiare di attendere domani, segno che la pressione rialzista sulla materia prima resta forte nel breve periodo. Le riserve globali di petrolio, inoltre, si sono ridotte dall’inizio del conflitto tra Iran e Israele, lasciando al mercato un margine di sicurezza più ristretto in caso di ulteriori shock.

Un altro elemento chiave riguarda la domanda cinese. Le importazioni di petrolio della Cina sono aumentate in agosto, pur restando inferiori ai livelli pre-bellici. L’incremento potrebbe riflettere una ricostituzione delle scorte dopo mesi di utilizzo delle riserve, ma anche un possibile ritorno di vigore della domanda. Questo aspetto è particolarmente importante perché, finora, la debolezza degli acquisti cinesi aveva contribuito a limitare la pressione rialzista sul mercato energetico globale.

Se però Pechino dovesse tornare ad acquistare petrolio in modo più deciso, il mercato potrebbe ritrovarsi sotto una nuova spinta rialzista, con il rischio di vedere il greggio tornare sui massimi raggiunti nelle fasi iniziali delle tensioni in Iran, o persino superarli.

Petrolio più caro, inflazione più alta

Cosa comporta un prezzo del petrolio più alto? Quali previsioni per il greggio? L’effetto più immediato di un petrolio in rialzo è il ritorno delle pressioni inflazionistiche. Il prezzo del greggio incide infatti sui carburanti, sui costi di trasporto e, più in generale, su una lunga catena di beni e servizi. Quando il petrolio sale, l’impatto non resta confinato al settore energetico ma tende a riflettersi sull’intera economia. Le mosse delle banche centrali vengono influenzate dal prezzo del petrolio.

Anche i prezzi dei prodotti raffinati non si adeguano immediatamente al ribasso nel caso in cui il greggio dovesse correggere: margini di raffinazione, scorte e vincoli di offerta possono infatti mantenere elevate le quotazioni di benzina e diesel ancora per un po’ di tempo.

È proprio per questo che il tema petrolio torna a pesare sulle aspettative di inflazione e, di conseguenza, sulle attese dei mercati riguardo ai tassi di interesse.
I rendimenti dei Treasury statunitensi a breve scadenza, in particolare il 2 anni, hanno già reagito al rialzo, riflettendo un possibile irrigidimento delle aspettative sui tassi della Federal Reserve. Anche i rendimenti europei si sono mossi verso l’alto, con il Bund tedesco tornato su livelli che non si vedevano da anni.

Effetti anche sui mercati azionari

Il rialzo del petrolio e dei rendimenti mette sotto pressione soprattutto i mercati più sensibili al ciclo economico, come quelli europei. L’indice Stoxx 600 ha chiuso sotto la sua media a 50 giorni, segnale di una certa fragilità in un contesto in cui il costo dell’energia rischia di deteriorare il quadro macroeconomico.

Le borse europee, più esposte alle oscillazioni del ciclo e dell’energia rispetto ai listini americani, potrebbero continuare a soffrire se la tensione sui prezzi del petrolio dovesse proseguire.
Più resistenti potrebbero invece rivelarsi i settori energetico, bancario e minerario, che tendono a beneficiare in parte di una fase di prezzi elevati delle materie prime.

Anche il settore tecnologico resta sotto osservazione

Nonostante l’aumento dello stress sui mercati globali legato al rialzo dell’energia, il comparto tecnologico continua a mostrare una certa resilienza. L’interesse degli investitori resta sostenuto dall’ennesimo ciclo di annunci legati all’intelligenza artificiale, alle nuove partnership industriali e alle prospettive di crescita del settore.

investire su azioni tecnologiche

Ma, come osserva Ipek Ozkardeskaya, il settore tech è tutt’altro che immune dal contesto macroeconomico. L’analista sottolinea che le grandi aziende tecnologiche stanno affrontando una fase in cui la spesa massiccia per l’intelligenza artificiale e gli investimenti sempre più consistenti in infrastrutture digitali stanno iniziando a mettere sotto pressione i flussi di cassa. In più, aggiunge, le società più esposte stanno ricorrendo sempre più spesso ai mercati del debito e del capitale proprio per continuare a finanziare la crescita.

Il punto, spiega ancora Ozkardeskaya, è che quando i prezzi dell’energia salgono e i rendimenti obbligazionari aumentano, crescono anche i costi di finanziamento. E questo rende gli utili e le valutazioni delle grandi aziende tecnologiche più vulnerabili di quanto non lo fossero nel precedente ciclo di rialzo dei tassi. Il settore resta quindi sostenuto dall’entusiasmo per l’innovazione, ma deve fare i conti con un quadro in cui leva finanziaria, costi di capitale e ritorno degli investimenti stanno tornando al centro dell’attenzione.

Uno scenario ancora fragile

Il quadro resta quindi delicato. Qualsiasi progresso verso la pace, o anche soltanto un segnale credibile di de-escalation, potrebbe cambiare rapidamente il clima sui mercati e invertire la direzione dei prezzi del petrolio. Ma, per ora, i rischi restano orientati al rialzo.

In altre parole, il petrolio continua a essere uno dei principali termometri della tensione geopolitica globale. E finché WTI e Brent resteranno su livelli così elevati, il rischio è che anche l’inflazione torni a farsi sentire con più forza, complicando il lavoro delle banche centrali e aumentando la volatilità sui mercati finanziari.


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