Il prezzo del petrolio da inizio anno è in rialzo del 70%. La guerra fra Usa e Iran ha determinato problematiche nel transito delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz, in un contesto già scottante con le sanzioni alla Russia. Il tutto ha avuto conseguenze a catena aumentando i prezzi di molte altre materie prime, ma anche dell’energia elettrica. Uno scenario che ovviamente genera inflazione.
Qual è il prezzo reale del petrolio per il consumatore finale?
I prezzi del petrolio sono solitamente quotati come prezzi futuri del greggio, con il Brent e il WTI che fungono da principali benchmark spiega Maria Shkolnik, Investment Specialist Oil & Gas di Union Bancaire Privée (UBP)
Tuttavia, l’economia si basa sui prodotti raffinati quali gasolio, benzina e carburante per aerei piuttosto che sul greggio stesso. Inoltre il costo della trasformazione del primo nel secondo è il margine di raffinazione, o “crack spread”. Aggiungendo questo spread al Brent si ottiene un indicatore approssimativo di quanto paga effettivamente il consumatore finale. Su questa base, il prezzo medio si attesta attualmente intorno ai 140–180 USD al barile.

Perché i margini di raffinazione sono elevati
L’analisi di UBP ci aiuta a capire come mai i prezzi del petrolio restano su valori elevati.
L’offerta di petrolio greggio e prodotti raffinati è limitata su più fronti contemporaneamente. In primis, quest’estate i margini di raffinazione europei hanno raggiunto il livello record di 50 dollari al barile, mentre quelli del gasolio hanno toccato i 100 dollari al barile, con il costo finale totale del gasolio che ha raggiunto il livello record di 200 dollari al barile. Questi margini sono destinati a rimanere elevati poiché attualmente si registra una carenza globale di oltre il 10% della capacità di raffinazione.
- I livelli di produzione delle raffinerie del Medio Oriente sono inferiori di circa un quarto rispetto ai livelli precedenti a febbraio. Ciò a causa dei danni materiali e delle restrizioni alle esportazioni attraverso lo Stretto di Hormuz e attraverso Bab al-Mandab.
- Le raffinerie russe stanno operando a circa il 40% al di sotto della capacità a seguito di ripetuti attacchi con droni, e le esportazioni di prodotti raffinati sono state vietate a luglio; il divieto è stato successivamente prorogato fino alla fine di ottobre. La Russia fornisce circa il 10% del gasolio mondiale.
- La Cina ha limitato l’esportazione di prodotti raffinati da marzo e sta gestendo le raffinerie ben al di sotto della capacità.
- Gli Stati Uniti rappresentano oltre il 20% delle esportazioni globali di gasolio. Pertanto una restrizione delle esportazioni è in fase di discussione, ma non è stata ancora annunciata; il mercato avrebbe difficoltà ad assorbire una restrizione di questo tipo.
Il prezzo del greggio e i fattori geopolitici
L’analisi sul petrolio e sullo scenario generale di UBP si sposta poi su temi geopolitici, spiegando i principali fattori che hanno mosso il prezzo in questi ultimi mesi.
“Nel 2026, i fattori geopolitici hanno dominato il prezzo del greggio. Da un lato la possibilità che il petrolio possa fisicamente lasciare il Golfo e le prospettive di pace nella regione. Il Brent ha superato i 100 USD al barile quando i transiti delle petroliere si sono interrotti. Poi è sceso a circa 70 USD al barile con il cessate il fuoco estivo e il ritorno delle petroliere, per poi risalire verso i 100 USD al barile dopo la scadenza del memorandum d’intesa senza un accordo di pace. Qualsiasi esito è binario e dipende da decisioni geopolitiche, il che significa che qualsiasi previsione sul prezzo del petrolio è subordinata all’ipotesi che il conflitto venga risolto. Purtroppo una possibilità che non si intravede ancora all’orizzonte”.
La salita del prezzo del petrolio, come detto, ha notevoli impatti sull’inflazione. Ovviamente tutto ciò incide anche sulle decisioni delle banche centrali che in questi mesi sono tornate ad alzare i tassi di interesse.


































