Cosa ci indicano i nomi dei certificates? Capire i certificati di investimento dal loro nome può non essere facile. In questo articolo ci soffermiamo sui principali nomi commerciali dati ai certificates.
Autocallable Barrier Worst-of Phoenix Certificate, Worst-of Quanto Issuer Callable, Protected Capped Worst-of Participation Certificate, Memory Cash Collect Certificates, Callable Worst-of Phoenix Certificate, Equity First Fixed Premium, Step-down Cash Collect. Questi sono soltanto alcuni nomi di certificati emessi nell’ultimo periodo da importanti emittenti. In poche parole l’emittente ci spiega cosa stiamo per acquistare, almeno in termini di struttura del derivato.
Molte informazioni utili sono già contenute nel nome stesso del certificato. Leggendo con attenzione la denominazione di un certificato si ricavano subito indizi importanti sulla sua composizione e struttura, se è previsto un rimborso anticipato. Il nome ci dice anche se esistono barriere che condizionano la protezione del capitale, se il rendimento è cedolare o se ci troviamo di fronte a un certificato bonus, coperto in valuta (quanto) o soggetto a un limite (cap). Questo non sostituisce però la lettura attenta del KID (Key Information Document) e del prospetto, che rimangono le fonti definitive per conoscere costi, scenari di rendimento e rischi.
In questo articolo vediamo perché il nome è tanto informativo e perché a colpo d’occhio può dire molto sul profilo rischio/rendimento del certificato. Termini come “Autocallable”, “Barrier”, “Worst-of”, “Phoenix”, “Quanto” o “Protected” non sono semplici etichette di marketing. Sono parole chiave che descrivono meccaniche precise per capire come funzionano i certificates. Approfondiamole insieme per comprendere davvero cosa vogliono dire queste parole.
“Memory”: cedole con memoria

Una caratteristica ormai presente in quasi tutti i certificati con cedola è l’effetto memoria.
In parole semplici, il certificato paga cedole a intervalli prestabiliti (mensili, trimestrali, ecc.) solo se, alla data di rilevazione, si verificano determinate condizioni sui sottostanti.
Se la condizione non è soddisfatta, la cedola non viene persa ma viene “memorizzata”. Nel caso in cui in una delle rilevazioni successive la condizione torna a essere soddisfatta, tutte le cedole arretrate vengono corrisposte insieme a quella del periodo. Nel caso in cui non ci sia l’effetto memoria delle cedole non sarebbe possibile un eventuale recupero di premi non corrisposti durante la vita del certificato.
“Barrier”: la soglia che condiziona rendimenti e protezione
Nel mondo dei certificati d’investimento, la barriera (barrier) è la soglia che determina l’esito di alcune condizioni chiave: il pagamento delle cedole, il richiamo anticipato e, soprattutto, la protezione del capitale a scadenza. In termini pratici la barriera è espressa come percentuale del valore iniziale del sottostante (es. 40%, 50%, 60%) e può riferirsi al singolo sottostante o, nel caso di un paniere, al “peggior” sottostante (worst‑of).
Se il prezzo del sottostante (o del titolo peggiore) rimane sopra la barriera, l’investitore può beneficiare dei rendimenti previsti e della restituzione del capitale investito; se invece scende sotto questa soglia, le prospettive cambiano e il rischio di perdita aumenta.
Si parla di barriera profonda quando il livello è fissato molto al di sotto del prezzo iniziale (es. 50%, 40% o meno); ciò riduce la probabilità che venga violata (a parità di volatilità) e quindi aumenta la probabilità che la protezione condizionata rimanga intatta, ma tende anche a tradursi in rendimenti/premi generalmente più bassi rispetto a barriere più “superficiali”. Chiaramente – a parità di sottostante – le possibilità che sia violata una barriera del 60% saranno superiori a quelle che sia violata una barriera del 50%.
“Autocallable”: il meccanismo di rimborso anticipato
Con il termine “autocallable” si identifica una tipologia di certificato che può essere rimborsato prima della scadenza, se vengono soddisfatte certe condizioni prestabilite.
È una meccanica molto diffusa perché permette all’emittente di estinguere il prodotto quando il mercato è favorevole e all’investitore di incassare cedole e capitale prima della scadenza originaria.
“Callable” o “Softcallable”: richiamo discrezionale
La caratteristica centrale dei certificates softcallable è legata alla modalità del richiamo del prodotto. Con i certificates softcallable, infatti, può avvenire a completa discrezione dell’emittente (in predeterminate scadenze temporali). Una differenza sostanziale con i tradizionali autocallable, in cui il richiamo è legato a determinate condizioni di prezzo (può anche essere assente).
Nel caso dei certificati softcallable l’emittente ha il diritto, ma non l’obbligo, di richiamare un certificato dopo un certo numero di mesi o anni a sua completa discrezione. In questa maniera la banca o l’intermediario che hanno emesso il prodotto riescono a offrire rendimenti potenziali leggermente superiori rispetto a quelli dei tradizionali autocallable. Chiaramente, nel caso dei certificati di investimento softcallable, se il prodotto viene richiamato l’investitore incassa il rimborso dell’intero nominale e di tutte le cedole dovute fino a quel momento. Quasi sempre la softcallability è attiva dopo un numero di mesi (per esempio 3 oppure 6, ma tutto varia in base alla struttura del derivato).
“Step‑down”: la barriera che si abbassa nel tempo
“Step‑down” indica una clausola che prevede l’abbassamento programmato di una soglia (barriera) in date prefissate durante la vita del certificato. All’inizio la barriera è più “stretta” (vicina al prezzo iniziale). Poi, a scaglioni, si riduce nel tempo rendendo progressivamente più probabile che la condizione sia soddisfatta nelle successive date di osservazione. Questa logica viene di solito legata al concetto di richiamo anticipato (autocall). E’ usata per bilanciare rischio e rendimento anche se non garantisce affatto il buon esito del prodotto finanziario in questione.
“Worst-of”: l’andamento dell’azione peggiore fa il prezzo
La struttura “worst-of” è una delle più utilizzate nei certificati, dove il rendimento e la protezione dipendono esclusivamente dal titolo che si comporta peggio tra quelli scelti come sottostanti. Questo meccanismo permette di offrire cedole e rendimenti potenzialmente più elevati, ma implica anche maggiori rischi, perché basta che uno dei titoli sia molto negativo (sotto barriera) per compromettere il risultato dell’intero investimento.
“Fixed Premium”: il rendimento predeterminato
“Fixed Premium” (spesso tradotto in italiano come “premio fisso” o “cedola fissa”) indica una caratteristica del certificato per la quale l’investitore riceve un importo predeterminato. Può trattarsi di un flusso periodico fisso (per alcuni mesi o anni) oppure di un premio corrisposto in unica soluzione all’emissione o in una data prefissata. Un flusso di cedole prefissato ovviamente riduce la volatilità del prodotto.
“Protected”: la protezione del capitale
Proseguiamo la lista di nomi dei certificati di investimento passando a quelli a capitale protetto. Il termine “Protected” indica che il certificato offre una protezione del capitale, totale o parziale (può essere totale, ossia il 100%, oppure parziale, ad esempio il 90% del capitale investito), alle condizioni previste dal contratto (a scadenza). È una delle diciture più rassicuranti per un investitore, ma è fondamentale comprendere esattamente che cosa viene protetto e le tempistiche (solitamente solo alla scadenza)
“Capped”: il limite al rialzo
“Capped” indica la presenza di un tetto massimo al rendimento riconosciuto dall’investitore in caso di rialzo del sottostante. Nelle strutture più frequenti il cap viene applicato insieme a una componente di protezione. L’emittente combina un’obbligazione che garantisce (totalmente o parzialmente) il capitale a scadenza con un’opzione che offre partecipazione al rialzo, ma questa partecipazione è limitata da un cap. In pratica si sacrifica parte del rialzo potenziale in cambio di maggiore protezione o di cedole più alte.
“Quanto”: la copertura del rischio di cambio
Il termine “Quanto” indica che il certificato offre un’esposizione a un sottostante denominato in una valuta estera (es. azioni USA, indici in dollari) ma con il valore di rimborso convertito nella valuta dell’investitore senza subire direttamente le variazioni del tasso di cambio.
In pratica il rischio di cambio è “neutralizzato” mediante una copertura integrata nella struttura del prodotto. In questo modo la performance dipende esclusivamente dall’andamento del sottostante e non dalle variazioni del cambio tra emissione e scadenza.
Il nome conta, ma il KID decide
Il nome di un certificato è spesso una bussola preziosa per l’investitore. Fornisce indicazioni immediate sulla struttura, sulle condizioni che governano cedole, barriere e rimborso anticipato, e sulle principali fonti di rischio.
Tuttavia il nome rimane soltanto il primo passo. Il KID e il prospetto contengono i dettagli operativi, i costi impliciti, gli scenari di rendimento e le condizioni precise (date di osservazione, livello delle barriere, trattamento delle cedole memorizzate, modalità di call, ecc.) che determinano l’effettivo esito economico dell’investimento. Prima di sottoscrivere, leggili con attenzione, valuta il rischio emittente e, se necessario, richiedi chiarimenti al tuo consulente finanziario. I certificati sono prodotti complessi e possono esporre l’investitore al rischio di perdita parziale (e in rari casi totale) del capitale investito.